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  • 27 agosto 2018

    CORRIERE FERRAGOSTO

    Come ogni anno dal 2010 il Corriere mi dà una pagina per raccontare Milano. Quest’anno ho pensato di fare una cosa un po’ particolare, una sorta di performance: sono stato accampato per 24 ore in centro, vicino a piazza del Duomo.
    Questa la pagina:

    Questo il mio testo che accompagnava le immagini:

    24 ORE DI MILANO

    Corriere della Sera

    Agosto 2018

    I riferimenti, in effetti, sono vari. Due su tutti: il film Smoke del 1995 e niente di meno che il lavoro di Monet sulla cattedrale di Rouen. La serialità; un approccio molto progettuale rispetto a uno più estetico o emozionale. Così è nato questo progetto per il Corriere di agosto. Sono stato per 24 ore in via dei Mercanti con la mia Leica su un cavalletto, con l’obiettivo rivolto verso il palazzo dei Giureconsulti e il Duomo. Volevo uno scorcio che dichiarasse in maniera evidente che ero a Milano senza scadere nella cartolina stereotipata, senza avere nell’inquadratura bar, banche o ristoranti ma una strada pedonale con passaggio di gente. Ho chiesto i regolari permessi al Comune e ho fatto diventare quei pochi metri quadrati la mia casa, il mio studio: lì ho mangiato, dormito e incontrato amici e passanti. Ma soprattutto ho fotografato: una fotografia ogni ora, per 24 ore. Qui ne mostriamo la metà, quelle realizzate ogni due ore. A parte i blasonati riferimenti perché ho pensato di lanciarmi in questa (piccola!) avventura? Sostanzialmente per due motivi. Il primo era il desiderio di porre il mio sguardo (statico, sempre il medesimo) su uno spazio metropolitano e andare a verificare come sarebbe cambiato con tutte le variabili possibili di un’intera giornata. La quantità di persone, la luce, l’ombra, il sole, la notte: come avrebbero tutte queste componenti modificato non tanto il luogo in sé ma la nostra percezione? L’unica maniera era andare lì e provare, come in un esperimento scientifico. La seconda motivazione era quella di fare un’esperienza, diversa dalla quotidianità. Sono convinto sia questa la maniera migliore per vedere e analizzare la realtà in un modo nuovo, originale e sorprendente: la conseguenza sarà inevitabilmente una Fotografia diversa rispetto a quella fatta (almeno da me!) fino a quel momento.

    Posso permettermi di darvi un consiglio, lettori del Corriere della Sera? In questi giorni di vacanza tutti siamo probabilmente più tranquilli, lontani dalle pressioni dei mesi frenetici e lavorativi. Fate un esperimento: sedetevi su una sedia volgendo lo sguardo su un panorama, e non muovetevi da lì per più tempo possibile, ore o magari anche un giorno intero. Vedrete, sarà il viaggio migliore che possiate fare.

    Sul Corriere abbiamo deciso di mettere metà delle immagini realizzate, ma qui eccole tutte e 24:

    Sul sito del Corriere c’era anche un piccolo video:

    Un po’ di foto backstage di Luca Peruzzi:

    E fin qui ci siamo. Manca però, secondo me, la parte più interessante. Un qualcosa che la macchina fotografica ha scoperto (come il film Blow Up!) ad di là del mio volere e della mia progettualità. Trovo incredibilmente significativo quello che è successo. Il fatto che, come io penso sempre di più, si debba mettersi in gioco, rischiare, abbandonare il porto sicuro: qualche nuova terra inevitabilmente si scoprirà. Così è successo anche a me, al di là del servizio uscito sul Corriere e visibile a tutti. Perché oltre al visibile a tutti c’è, a guardare con attenzione, di più, di meglio, di più utile…

    Come sapete ho fatto una fotografia ogni ora. Ho scelto quell’angolo anche perché c’era un orologio, nel mezzo dell’inquadratura in alto. Non era molto preciso, ma in ogni caso segnava l’ora e testimoniava in maniera inconfutabile che ero lì e che fotografavo, più o meno esattamente, ogni ora.

    Sotto quell’orologio ci sono stati per tutta la notte due ragazzi, una via di mezzo tra viaggiatori e freakettoni. O forse ambedue.

    Guardate adesso cosa ho scoperto (in alcuni caso ho schiarito per mostrare meglio il dettaglio):

    L’una di notte: al telefono.

    Le due di notte: al telefono.

    Le tre di notte: al telefono.

    Le quattro di notte: al telefono.

    Le cinque del mattino: al telefono.

    Le sei del mattino: al telefono.

    Pazzesco, no? I due sono stati al telefonino TUTTA la notte.

    Non racconta più questo a riguardo della nostra contemporaneità che mille servizi fotografici spostandosi di qui e di lì? E io non ho fatto nulla! Ho solo fatto una fotografia ogni ora, nulla di più! Non ho fatto nulla di speciale; a parte stare, dormire, mangiare, bere, pisciare per 24 ore su una brandina nel centro di Milano…

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