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  • 24 giugno 2015

    LA BELLEZZA

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    L’amico Riccardo mi ha chiesto di scrivere un testo per la rivista ESODO, una meritevole pubblicazione realizzata da preti operai.

    Il testo avrebbe dovuto rispondere alla domanda: che cosa è la bellezza per un fotografo? Esiste un criterio oggettivo tramite il quale un fotografo può illustrare la bellezza?

    Questo il testo con la mia risposta:

     

    Strano a dirsi ma per me (fotografo di moda, e quindi di Bellezza) la bellezza non rappresenta un valore assoluto.

    Io non sono interessato alla bellezza in sé, dato che non penso che l’ambizione ad essere belli sia un valore.

    Anche perché l’essere belli, nella cultura contemporanea, corrisponde all’essere diversi da ciò che si è, aderendo a canoni che sono prestabiliti e a noi esterni: essere belli corrisponde sempre a un supposto miglioramento, smettendo quindi di essere ciò che si è, per essere qualcos’altro.

    Basti pensare, ad esempio, alla moda, dove l’accettazione di una bellezza condivisa passa inevitabilmente dall’aderire a un qualcosa che, per sua propria intrinseca caratteristica, non ci appartiene. Estremizzando questo concetto pensate all’ipotesi di andare in un contesto sociale completamente diverso dal nostro (nel tempo o nello spazio): per essere considerati belli, in quel contesto, dovremmo rinunciare sicuramente ad una nostra bellezza per aderire a una convenzione di bellezza che adesso ci parrebbe senza dubbio assurda.

    Non a caso sono fortemente dicotomici la moda e l’eleganza: la prima basata su princìpi effimeri e passeggeri, la seconda sulla capacità di scegliere (eleganza, da eligere=scegliere) in base a ciò che una persona è, non a ciò che vuole diventare.

    Ecco, in questo senso la bellezza non mi interessa.

    Ma è innegabile una grande verità, che etica ed estetica, siano indissolubilmente legate.

    Wittgenstein afferma che «Etica ed estetica sono tutt’uno» e John Ruskin dice «Senza dubbio il dono artistico e la bontà sono due cose distinte; un uomo buono non è per forza un pittore, e una visione da colorista non implica valore morale. Ma la grande arte attesta l’unione di questi due poteri: essa non è che l’espressione, grazie a un temperamento dotato, di un’anima pura.Se non c’è talento, non c’è arte, e se non c’è anima retta, l’arte è inferiore, per quanto abile».

    Non c’è dubbio alcuno che in natura tutto ciò che è utile sia anche bello, o forse, meglio, ciò che è bello racconta di sé che è sicuramente utile: ho sempre pensato che le cose che ci repellono, anche in senso estetico, siano tali affinché ci sia chiaro che quelle cose non possono esserci utili, o addirittura dannose.

    Mi viene spesso da pensare che l’atto del concepimento sia stato reso dalla natura come un momento di intenso piacere e godimento affinchè l’atto della procreazione, così importante per gli esseri viventi, fosse favorito: se mai fosse vissuto nella sofferenza e nel dolore, forse il mondo non sarebbe popolato così come lo vediamo…

    In fondo, quindi, la Bellezza non è da esecrare: non lo è quando riesce a fondersi con l’utilità della sua esistenza.

    Se la Bellezza serve a qualcosa, se è utile, se ha un fine allora diventa meravigliosa, fantastica ed emozionante. Altrimenti, quando è inutile, fine a sé stessa e sterile diventa, inevitabilmente, noiosa e volgare.

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    15 giugno 2015

    LAMPOON

    DUE PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

    Roberta e Andrea, come due attori che provano una parte di un’ipotetica pièce teatrale.

    Il palcoscenico è il mio studio.

    Assi di legno per terra.

    Luce naturale da una grande finestra rivolta a nord.

    Come nel teatro tutto senza rete, senza possibilità di rifare nulla, tutto live: decidiamo infatti, in tempi di digitale e photoshop, di scattare con una macchina fotografica degli anni ’50 (la Rolleiflex che era di mio papà!) e pellicola.

    Questo vuol dire non potere verificare cosa si sta realizzando, non avere alcun conforto da uno schermo di un computer o di un programma di fotoritocco: è necessario unicamente farsi guidare dalle emozioni, dagli sbalzi di umore, dai corpi che si muovono spinti dalle sensazioni.

    I miei due attori non hanno un copione. Non c’è un filo logico. Non ci sono un inizio e una fine: si muovono sul set come per seguire un loro copione, un loro filo logico, che prevede un inizio e una fine che solo loro due conoscono.

    Danzano sul baratro dei sentimenti, sfiorando il precipizio: è questo ciò che io voglio, è questo ciò che mi piace.

    Perché, io ne sono convinto, “se vuoi scoprire nuove terre devi affrontare e attraversare l’ignoto.”

    Roberta e Andrea l’hanno fatto.

     

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    Non è una questione ideologica così come non è neanche una questione tecnica: forse semplicemente ne avevo voglia.

    Forse mi sembrava avesse un senso dare un segnale, in tempi di ore di Photoshop, che può essere importante la verità della pellicola piuttosto che la finzione del digitale. (che poi quale verità, e bla bla bla, sull’eterna questione del vero/falso in Fotografia.)

    Comunque, mi andava. E l’abbiamo fatto.

    Potete trovare il tutto, compreso un bel video, sul sito di Lampoon.

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