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  • 29 settembre 2015

    DUE LIBRI: BARESANI E GASTEL

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    Camilla Baresani by me

     

    C’è chi è fan di un inutile cantante, chi di una vuota celebrità televisiva o (addirittura!) di una blogger: cosa volete che vi dica, io sono fan di Camilla Baresani. Ma proprio fan! La prima volta che la incontrai andai alla presentazione di un suo romanzo, in coda per farmelo firmare come un adolescente degli anni ’90 con i Take That.

    Cosa volete farci: a me affascina l’intelligenza!

    Camilla scrive alla grande, semplice ma efficace, leggera ma profonda. Sostanzialmente è una giornalista, ed applica anche nei romanzi un punto di vista sulla contemporaneità e sul presente, che ci permette di vedere le cose sempre da un nuovo ed originale punto di vista. Mi sono divertito a definirla “guida turistica delle vite altrui” che mi sembra azzeccato (ci mancherebbe che non mi sembri azzeccato, sarò almeno io d’accordo con me!).

    Da pochi giorni è uscito il suo nuovo romanzo, GLI SBAFATORI, che racconta con incredibile lucidità un tema molto contemporaneo: tutto quel mondo dei blogger, degli arrampicatori di notorietà, del food, dell’apparire, dell’esserci, del presenzialismo. Non è solo divertente, ma utile ed istruttivo, anche per tutti coloro che non vedono queste ipotesi con disprezzo, ma che, anzi, ambiscono al dorato mondo dei blogger, della notorietà, del food, dell’apparire, delle esserci e del presenzialismo: in qualche maniera è anche una sorta di istruzioni per l’uso. Bellissimo! Veramente, non perché sono fan… 😉

    Gli-Sbafatori

    Poi va be’, c’è anche una presenza, veloce ma divertente, di un certo Settimio Parodi, “noto food photographer”, che fa uno scherzo che prima o poi io in effetti farò! Ma dovete comprare il libro per leggere il finale! 😉

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    Giovanni Gastel by me

    Cosa volete che vi dica, io a Giovanni Gastel gli voglio proprio bene. Tutti dicono di lui e sanno di lui che è “un vero signore”: ed è verissimo, è proprio un gran signore, un gentiluomo di una volta. Ma pochi sanno che è completamente pazzo! Di matti ne ho conosciuti, ma lui ne batte un bel po’! È matto vero, genuino, non per posa. L’unione di queste due caratteristiche (gentiluomo pazzo) lo rendono veramente unico. E io gli voglio bene!

    NZO

    Da pochi giorni è uscita la sua autobiografia UN ETERNO ISTANTE. LA MIA VITA. Io ho avuto l’onore di leggerlo in anteprima, qualche mese fa, e lo lessi in un viaggio in treno da Roma a Milano. È veramente molto bello, una sorta di poesia convertita in romanzo: sì perché Giovanni è anche e soprattutto un poeta (un vero poeta, che conosce le poesie di Sandro Penna a memoria) e nel suo romanzo si capisce. Sono frasi brevi, fulminazioni, squarci, che raccontano non semplicemente la sua vita di grande fotografo ma la sua vita. Da avere e leggere, anche e soprattutto se non si è fotografi e alla Fotografia interessati.

    Concludo con una foto (scattata da Denis Curti) della Trimurti, dove l’unica cosa certa è che io sono Śiva. Chissà se a breve non ci sia anche un libro di TT da recensire…

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    Toni Torimbert, Giovanni Gastel e Settimio Benedusi by Denis Curti

     

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    14 settembre 2015

    FOTOGRAPHIA

    Ok, l’abbiamo capito. O meglio, metabolizzato. Tutti comprano le loro belle macchinette e scattano fotografie. Anzi, meglio, diventano fotografi.

    Perfetto! Ne sono felice! E non sono ironico per nulla. Chi ama la fotografia non può che essere felice della vitalità che ha la fotografia oggi, nel 2015: non c’è dubbio alcuno che sia IL medium. Perfetto.

    Un problema però c’è.

    E già.

    Chi gioca a calcetto con gli amici il mercoledì sera sa perfettamente che esistono Messi e Ronaldo e che una partita di calcio di serie A è fatta di strategia, progettualità e cervello, non di calci a un pallone.

    Chi ha la moto sa perfettamente che esiste Valentino Rossi ed è consapevole che una gara di Moto GP è fatta di strategia, progettualità e cervello, non di BRUM BRUM.

    Ecco, in fotografia questo, spesso, non succede. Si fotografa ciò che piace così, a cazzo. Che va benissimo! Ma se ci fosse maggiore consapevolezza culturale di ciò che la Fotografia può essere forse non sarebbe male. No? Abbinare alle discussioni se meglio Canon o Nikon quelle se meglio Koudelka o Klein.

    Per tutto ciò può, anzi È!, di grande aiuto leggere cose intelligenti scritte da persone colte ed intelligenti. Perché è FONDAMENTALE avere dei fari di riferimento stabili e sicuri, altrimenti vale tutto. “Quando non si crede in Dio (qualsiasi Dio, il mio è Edward Weston) il problema non è che si crede a nulla, ma che si crede a tutto”: frase verissima!

    Uno dei fari più importanti (da decenni!) della fotografia italiana è senza dubbio Maurizio Rebuzzini, che con coraggio, forza e intelligenza, dirige la rivista FOTOGRAPHIA: non si trova in edicola, è solo su abbonamento. Datemi retta, bilanciate le cretinate che leggete su internet da incompetenti ed ignoranti con letture competenti e colte: non farà che bene in primis alla vostra fotografia!

    Tutto ciò non l’ho scritto a causa di ciò che sto per farvi vedere: credeteci o meno, ma lo pensavo già prima. 😉

    Comunque. Sul numero di luglio c’è la storia di copertina dedicata al mio lavoro, con una scelta delle immagini e un testo che veramente fanno onore al grande Rebuzzini. Grazie Maurizio! <3

     

    FOTOgraphia luglio 15 (Copertina)

    FOTOgraphia giugno 2015 su luglio BENEDUSI

     

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    8 settembre 2015

    LA MUSICA RENDE IMMORTALI

    Una delle grandi, meravigliose e importantissime qualità della Fotografia (da un po’ di tempo non riesco più a non mettere la maiuscola a questa parola, se non altro per distinguerla dalla fotografia…) è il fatto che facendola si conoscono e si imparano cose nuove.

    O meglio, per farla è necessario imparare e conoscere cose nuove e nuove realtà: è indispensabile. Senza imparare e conoscere nuove cose (di sé o della realtà, ma questo è un altro discorso…) è impossibile fare della buona fotografia. Ovviamente è possibilissimo imparare e conoscere delle nuove cose e poi realizzare della pessima Fotografia. Ma il contrario (fare della buona Fotografia senza imparare e conoscere delle nuove cose) è impossibile.

    Ho sicuramente conosciuto e imparato delle cose nuove realizzando il “tradizionale” servizio di Ferragosto per il Corriere della Sera. Una realtà meravigliosa e incredibile: Casa Verdi di Milano.

    Se poi questo abbia prodotto un buon lavoro fotografico, sinceramente, non lo so. Ma è anche vero che, sinceramente, non me ne può importare di meno. Quello che mi interessa è che delle informazioni siano state veicolate attraverso le mie immagini. Questo spero sia veramente accaduto. Questo sì.

    Comunque, andando oltre il pippotto iniziale sulla Fotografia andiamo al lavoro, che poi è l’unica cosa che conta.

    Così come l’anno scorso avevo affrontato il tema degli anziani (in quel caso raccontati in un luogo di divertimento) anche quest’anno ho voluto raccontare la terza (?!?) età, che coinvolge persone che, probabilmente, proprio a Ferragosto si sentono più sole e indifese: trovo quindi giusto che la nostra attenzione vada verso di loro, sempre, ma soprattutto in quel periodo dell’anno.

    Questa la pagina del giornale:

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    Questo il mio testo che accompagna le immagini:

    Giuseppe Verdi la giudicava la propria opera migliore. Sembrerebbe difficile poter realizzare qualcosa di meglio rispetto ai capolavori del grande maestro, un’opera che possa eguagliare e magari anche superare il Rigoletto, il Trovatore o addirittura la Traviata: a sentire gli ospiti della struttura invece sembrerebbe proprio che sia così.

    Casa Verdi apre nel 1902 (solo dopo la morte del Maestro, perché non “voglio essere ringraziato da colleghi meno fortunati di me”) per dare sostegno ad artisti legati alla musica che si ritrovino in povertà.

    Già nella progettualità e costruzione della struttura Giuseppe Verdi realizza un qualcosa di assolutamente nuovo e rivoluzionario: non un ospizio ma una casa di riposo dove gli ospiti si possano veramente sentire come a casa propria. È la prima struttura di questo tipo in Italia non con camerate ma con camere singole e servizi privati.

    Casa Verdi è una fondazione privata che per 50 anni ha vissuto con i diritti delle opere del Maestro, fino a trovare la presente autonomia, grazie soprattutto a innumerevoli benefattori.

    Sono ospitate 70 persone, tra uomini e donne, e anche, cosa unica al mondo, 16 studenti di musica, in maniera tale che la giovinezza possa dare linfa vitale all’esperienza.

    Giuseppe Verdi ha qui la sua tomba, e sembra guardare, spettatore privilegiato, gli ospiti della sua creatura che vivono queste stanze come il loro ultimo fantastico palcoscenico, suonando e cantando ininterrottamente.

    Sono tutti testimoni di una grande verità: la musica rende immortali!

     

    Per questioni di spazio sono state riassunte (molto bene, devo dire) dalla redazione del Corriere le mie didascalie originali.

    Metto qui tutti i ritratti con le mie dida originali:

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    Giancarlo Viganoni

    Ballerino

    92 anni

    Una vera vita da romanzo, la sua. Nell’euforia della ricostruzione dopo la guerra, grazie a una grande passione per il ballo, comincia a lavorare nelle operette, molto celebri e frequentate al tempo. Nel 1947 è in compagnia teatrale con Totò (“un vero principe!”) e subito dopo diventa uno dei 12 boys della divina Wanda Osiris: allora delle vere star! Lavora con tutti i grandi comici del tempo: Macario, Chiari, Tognazzi, Vianello… Alla morte della madre, nel 1970, abbandona, dall’oggi al domani, le scene del teatro, per aprire un negozio di abbigliamento a Roma: avrà subito un enorme successo. Ma anche di quello si stufa presto, chiude il negozio per seguire la sua vera grande passione: il gioco. Si trasferisce a Sanremo dove per 30 anni tutti i giorni alle 16 entra puntuale al casinò, sempre elegante come un boy di Wanda Osiris: arriva a cambiarsi lo smoking tre volte al giorno, per essere sempre impeccabile. Ovviamente perde tutto e, senza più un euro, trova ospitalità a Casa Verdi. Sostiene di non essere mai stato così felice e ricco come ora qui!

     


     

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    Giuseppe Castelletti

    Cornista

    75 anni

    Che Giuseppe avesse Giuseppe Verdi come nume tutelare è forse evidente: oltre al nome di battesimo studiò al conservatorio di Torino Giuseppe Verdi, poi lavorò per 33 anni a Trieste nell’orchestra Giuseppe Verdi e adesso si trova a passare la sua meravigliosa terza età alla Casa Giuseppe Verdi! La scelta del corno non fu veramente volontaria e voluta, almeno all’inizio degli studi, ma poi l’amore per questo strumento lo accompagnò per tutta la vita: ancora adesso tutti i giorni prova e si allena, convinto che solo il quotidiano esercizio possa mantenere intatta la sua arte.


     

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    Laura Didier

    Mezzo Soprano e Pianista

    87 anni

    Nata in Cile si trasferisce in Italia (con un viaggio in nave “meraviglioso!” durato 31 giorni) per perfezionare l’italiano, indispensabile per cantare le opere liriche, come era il suo sogno. Studia forsennatamente diventando una delle più celebri interpreti dell’Aida che, nel ruolo di Amneris, interpreta per ben 187 recite in 47 anni di carriera in tutto il mondo: solo alla Terme di Caracalla rimane in cartellone per 16 anni, grazie alla potenza della sua voce, perfetta anche in un palcoscenico aperto. Qui a Casa Verdi si sente nel suo ambiente preferito, circondata dalla musica e dall’arte: questa, adesso, è veramente casa sua.


     

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    Luisa Mandelli

    Soprano

    93 anni

    Comincia giovanissima a studiare canto a Stresa, con la maestra Oddone, facendo tre volte alla settimana 30 chilometri in bicicletta, sotto la pioggia, la neve o il sole torrido. La morte dell’amatissima insegnante sembra dare una traumatica interruzione alla sua infinita passione: ma Luisa non si perde d’animo e ricomincia lo studio al conservatorio di Milano, dove si diploma nel 1947. Nel 1955 trionfa alla Scala con la Traviata nel ruolo di Annina, insieme a Maria Callas: l’amore per la divina dura da allora e da 38 anni fa celebrare una messa nel giorno della sua morte. Non si è mai sposata, il suo vero grande Amore è sempre stata la musica. Tuttora compie quotidiani esercizi di vocalizzi, pronta per calcare ancora le scene: il maestro Baremboin l’aspetta a teatro!


     

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    Stefania Sina

    Contralto

    86 anni

    Quando entriamo nella sua stanza la troviamo al computer, impegnata a lavorare sulla propria rivista, Va Pensiero, ovviamente dedicata alla musica. Da giovane un vicino di casa, musicista professionista, la sente cantare e la consiglia di approfondire gli studi, che intraprende al conservatorio di Bergamo. La sua specificità canora la porta prima al coro della Rai e poi in quello della Scala di Milano, dove addirittura modificano il regolamento dei limiti di età per farla entrare e non privarsi della sua bellissima e particolare voce. Ricorda gli anni alla Scala come meravigliosi, e reputa, senza dubbio alcuno, il teatro milanese come il migliore al mondo. A Casa Verdi dipinge, e con la vendita dei suoi quadri riesce a mantenere due bambini con l’adozione a distanza.


     

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    Vincenzo Reina

    Tenore

    81 anni

    Siciliano, di Mazara del Vallo, fin da giovanissimo ha grande passione per il canto, che all’inizio pratica in maniera amatoriale. Il suo primo lavoro è gestire un ristorante, dove però ama cantare e dove viene notato e apprezzato dai clienti cantanti professionisti, che lo spingono a intraprendere gli studi musicali, in maniera seria. Chiude il ristorante e si dedica completamente alla musica, riuscendo a vincere una borsa di studio al Teatro Massimo di Palermo, che diventerà, insieme a Roma, l’epicentro della sua attività concertistica. Debutta, con grande successo, nella Boheme nella parte di Rodolfo. Non canta più, sostiene che senza il giusto allenamento non abbia senso, non ci sia una ragione: gli basta, adesso, sfogliare tutti gli spariti di una vita, che suonano e cantano nel ricordo.


     

     

    Ecco questo il mio lavoro di Ferragosto per il Corriere della Sera.

    Ho voluto fotografare le persone che ho incontrato tutte con il sorriso sulle labbra: non è una forzatura, perché sono vivi, felici, attivi.

    E perché sanno una cosa che io avevo il sospetto esistesse, ma solo adesso ho la certezza che sia vera: la musica rende immortali!

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    2 settembre 2015

    LA FOTOGRAFIA, LA PIETRA E AGNESE MOSI

    “La Fotografia è una cosa serissima, importantissima: è la memoria storica dell’umanità. Ed è diventata l’arte più facile, essendo in verità l’arte più difficile. L’unico problema della Fotografia è che è stata lasciata in mano alla categoria più ignorante che ci sia: i fotografi”. Non l’ho detto io, ma me l’ha detto a cena Lui, che è, credetemi, un vero genio.

    E già. Sempre complesso il discorso sulla Fotografia, perché in verità accomuna una varietà quasi infinita di persone e atteggiamenti, accomunati semplicemente da un mezzo: la macchina fotografica. Un po’ come il guidare, che accomuna attraverso il mezzo automobile sia il tassista che il guidatore di Formula Uno: non ne faccio una questione di valori (si può essere benissimo un ottimo tassista e un pessimo pilota di Formula Uno) ma di competenze e linguaggio (sarebbe bizzarro che il tassista si lamentasse con il pilota di Formula Uno che quello non usa il tassametro).

    Nonostante questo (o, forse meglio, a causa di questo) ci sono luoghi dove si parla e si discute di fotografia con infinita ignoranza, senza che si abbia la più vaghissima idea che la Fotografia può e deve essere una cosa serissima e importantissima. Non mi interessa degli ignoranti, che tali rimarranno (anche perchè il vero ignorante non è neanche consapevole della propria ignoranza), ma mi interessa della Fotografia, che odio vedere umiliata con scatti a tramonti, gattini e tatuate nude sul letto alla pecorina.

    Quello che è vero è che io forse sono presuntuoso (ma io sono presuntuoso!) a pensare di poter contribuire a una migliore percezione e un un più consapevole vissuto della buona Fotografia. Assolutamente presuntuoso. Devo farmi i cazzi miei e che si fottano tutti?

    No!

    Bisogna semplicemente stare più attenti a dove gettare i propri semi: sul cemento non nasce nulla.

    Mi fa quindi enormemente piacere quando vedo che un seme piantato su terra fertile e ben concimata fa crescere un bell’albero, forte e robusto.

    È la storia di Agnese Mosi, una ragazza di Firenze che ha partecipato al mio Workshop a Massa Marittima, pensando (forse come tutti…) di venire a fotografare una bella ragazza nuda, per finire (come tutti…) ad usare la Fotografia per indagare su cose molto più importanti e profonde di una bella ragazza nuda. Già al WS Agnese aveva fatto bene. Ma un WS, un mio WS, è veramente solo un inizio, un primo passo di un percorso: poi però uno deve capire dove vuole andare e perché.

    Qualcuno ricorderà che ad agosto avevo proposto un bizzarro esercizio, che magari ai più sarà sembrata una bislacca provocazione: non lo era nella maniera più assoluta.

    Agnese ha recepito questo esercizio. Invece di rompere i coglioni con inutili polemiche è stata ad ascoltare e si è messa al lavoro.

    Agnese ha cercato una pietra (anzi, meglio, si è fatta trovare da quella pietra) e per gli ultimi 15 giorni di agosto l’ha fotografata, una volta al giorno.

    Agnese ha realizzato un lavoro che, a parer mio, è eccezionale. Ed è eccezionale anche e soprattutto per lei, per se stessa, perché ha realizzato non due click a qualcosa di bello e basta, ma ha realizzato un qualcosa che è vero, intimo, sincero e potente. Qualcosa che si ricorderà tutta la vita. Qualcosa di serissimo e importantissimo.

    Ecco il lavoro di Agnese:

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    e per finire, l’ultimo giorno, con una Fotografia che è di una intimità e verità, per Agnese, che mi fa venire la pelle d’oca e, essa sì, mi emoziona veramente:

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    Bravissima Agnese!

     

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