
ho visto con ingiustificabile ritardo il film FUR, liberamente tratto dalla biografia della fotografa diane arbus.
regia di steven shainberg, con nicole kidman e robert downey.
la storia che racconta non è vera, ma verosimile.
è un bellissimo film, che ha tra l’altro il grande merito di focalizzare la nostra attenzione e soprattutto di quelli che non la conoscono, sulla grandissima fotografa americana, che nasce a new york nel 1923 e muore suicida nel 1971.
il film ci racconta della meravigliosa infatuazione che abbiano noi che amiamo la “dark side of the moon”.
la stessa che aveva la grandissima fotografa americana, che da una lato guardava con occhio spietato la realtà, dall’altro trovava nella realtà stessa quel diverso, quell’”altro”, quel mistero che fa in maniera tale che la realtà stessa ci parli del lato oscuro e misterioso delle cose.
gli altri, siamo noi.
qui sopra, finalmente una bellissima fotografia nel mio sito: una fotografia della grandissima diane arbus.
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in giro sui giornali ora…
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lo ammetto mi sento una merda: decido di finire la biografia di robert capa e mi ritrovo a leggere proprio mentre sono bello spaparazzato in aereo di quando lui, temerario fotoreporter mica un fighetto fotografo di moda, senza aver fatto mai una prova, viene letteralmente buttato giù da un aereo e paracadutato durante lo sbarco in sicilia.
io ho pure lo schermo della televisioncina privata che mi mi fa vedere in diretta l’aereo mentre solca i cieli africani.
e la copertina contro il freddino dell’aereo.
e l’Ipod.
e i cioccolatini.
merda merda merda. sono una merda.
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allora: uno viene via dall’italia e soprattutto dalla fighetta milano per andare nella maschia e sportivissima sud africa.
una volta lì decide di andare a scattare nel selvaggissimo capo di buona speranza, landa desolata lontana da tutto e da tutti.
uno fa tutta questa strada e cosa trova?!?
il bar che ho fotografato e che trovate qui sopra.
voglio tornare a milano!!!!
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due libri letti in questa trasferta africana:
il primo “i barbari” di baricco, edizioni fandango.
molto interessante, un trattato riguardo a dove sta andando il mondo.
tratto da questo libro:
“contemplando i musi dei cavalli e le facce della gente, tutta questa viva corrente sollevata dalla mia volontà e che corre a precipizio verso il nulla nella steppa purpurea al tramonto, spesso penso: dove sono io, in questa corrente?” citando gengis khan
l’altro libro il sempre grandissimo simenon, con “il piccolo libraio di archangelsk”, edizioni adelphi.
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evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “se mi vuoi bene piangi ”
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.
E poi sorpreso dai vostri “come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“lo sa che io ho perduto due figli”
“signora lei è una donna piuttosto distratta.”
e ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.
e poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.
potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancare la bocca.
potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.
e mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.
fabrizio de andrè
amico fragile
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e mentre io spreco energie e tempo a ricordare fattarelli insignificanti di cui non interessa niente a nessuno (vedi post precedente…) succedono le tragedie vere: mentre io scattavo con la mia canon pure attrezzata con un voluminoso ring flash, il nostro amato teddy bear si trovava incautamente a passare sotto di me.
una mia infelice distrazione portava la macchina fotografica a scivolarmi dalle dita e a schiantarsi sul povero pupazzo.
non c’è stato nulla da fare.
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delle cose che tutti noi facciamo prevale spesso il tentativo di ricordane quelle più importanti, quelle che hanno provocato effetti più dirompenti o semplicemente quelle più macroscopicamente più significative.
quando si chiede a qualcuno di ricordare i fatti più importanti della propria vita normalmente lui ricorderà la laurea, il primo bacio, la nascita del primo figlio, il matrimonio…cose così.
anche i fatti e i personaggi storici sono ricordati per un certo evento accaduto un certo giorno, chessò cristoforo colombo trova il top della propria vita il 12 ottobre del 1492, allorchè non solo scopre l’america ma anche si trova a dividere il medioevo dall’era moderna.
chissà però quel giorno il povero cristo_foro come si sentiva, come stava, come si è svegliato quella mattina.
insomma, i dettagli.
i dettagli della vita che rendono spesso la vita speciale, ma che spesso, da tutti noi, vengono inesorabilmente dimenticati.
vorrei allora, soprattutto per me e per mia futura memoria, cercare di fissare il ricordo del dopo pranzo di ieri, qui in south africa dove sto lavorando.
c’era una bella temperatura, che è una cosa molto importante. quella temperatura che fa in maniera tale che all’ombra sia fresco, ma caldo al sole.
ho pranzato dopo aver scattato tutta la mattinata.
un pranzo semplice e, se vogliamo, quello pur dimenticabile…in ogni caso, per essere precisi, due panini “caprese” e due coca cole. però il pane era buono, con i semini fuori, la mozzarella certo non era granchè, ma il pomodoro e soprattutto il basilico niente male.
ok, ho pranzato e mi sono diretto verso la sedia di legno che vedete qui sopra. strategicamente rivolta verso il sole.
mi sono sdraiato lì e mentre i miei amici parlavano mi sono lentamente addormentato. insomma mi sono tirato un gran bel pisolino.
‘na pennica!
al sole.
caldo ma non fastidioso.
questo accadeva ieri, 12 aprile del 2007, intorno all’una.
tutto qui.
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se andate qui
http://www.fashion-ph.it/
tovate il secondo numero di una rivista che esiste solo su internet e che due intraprendenti ventenni hanno fondato solo qualche mese fa.
la rivista si chiama fashion ph.
elisa e valentina, questo il nome delle coraggiose fanciulle, mi hanno scritto tempo fa, e, nonostante non le abbia neanche mai viste in faccia e neanche ci abbia mai parlato al telefono, mi è sembrato giusto premiare l’amore verso la fotografia di moda che le due ragazze hanno dimostrato buttandosi in questa avventura.
sicuramente il loro progetto è embrionale e va perfezionato in mille cose, ma è ammirevole che qualcuno faccia qualcosa non per un immediato e concreto riscontro economico, ma solo per passione.
tutto questo va, appunto, premiato.
e io, nel mio piccolo piccolo, ho cercato di dar loro una mano, e quando mi hanno chiesto un’intervista glielo subito fatta avere.
ragazze, buona fortuna.
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