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  • 27 settembre 2016

    STEFANO MORTARI ADV

    Quando vengo definito “fotografo di moda” vivo questa definizione con un certo imbarazzo. Per un semplice motivo: non mi sento tale. Ho fatto e faccio tantissima fotografia di moda, ma per essere veramente un fotografo di moda penso si debbano avere delle caratteristiche, delle passioni e delle conoscenze che a me sono in gran parte estranee.

    Mi interessa poco la moda e ancora meno mi interessano i meccanismi (vedi ad esempio il tema del consenso, o quello del conformismo) che sono alla sua base. Ma mi interessa moltissimo la storia del costume, con le sue letture e variabili. Ad esempio un tema verso il quale amerei porre la mia attenzione di fotografo è quello delle uniformi: un punto di vista interessantissimo e privilegiato per raccontare la storia dell’umanità e le sue evoluzioni.

    Per chi desiderasse approfondire questi argomenti al di là dei “COOL!!! ADORO!!! TOOOOOP!!!” consiglio di leggere un testo fondamentale: LE OSCILLAZIONI DEL GUSTO, del grande Gillo Dorfles. Forse dovrei rileggerlo pure io, perché l’ho letto 30 anni fa…

    Comunque, la Fotografia di Moda dicevamo. Una cosa complicata. Che NON è, ovviamente, fotografare un vestito su una modella. E’ qualcosa di MOLTO più complesso e articolato. Quando viene chiesto a me di occuparmene, per cataloghi o redazionali, ammetto che il mio approccio è spesso orientato a uno sviluppo progettuale dove la moda non è al primo posto: proprio per questo mi è difficile definirmi fotografo di moda.

    Diciamo che mi piace usare l’abbigliamento per raccontare altre storie, che attraverso esso riescono ad essere raccontate (e comunque, badate bene, assolutamente sempre in maniera coerente con la moda che fotografo, ovviamente).

    Mi sto incartando nei ragionamenti? Mi seguite?

    Ok, semplifico molto: quando fotografo la moda cerco di raccontare delle storie che l’aderenza coerente dei vestiti che fotografo mi suggerisce di raccontare. Chiaro? No forse no. Facciamo una cosa, abbandoniamo tutto ‘sto inutile preambolo e veniamo al lavoro realizzato per lo stilista Stefano Mortari.

    Mi piace molto Stefano, non solo perché è una bella persona con una bella energia, ma anche perché ha un approccio alla moda forse un po’ simile al mio, dove si bada alla qualità progettuale e stilistica, ad di là dei vari “COOL!!!! ADORO!!! TOOOOP!!! ” Penso di non sbagliare definendo quello che fa (che è veramente bellissimo, a scanso di equivoci) come fantasia e creatività portata nella realtà e concretezza.

    Quando quindi mi ha chiesto di fotografare la sua nuova collezione ho pensato di fare una cosa: fotografare tutti i capi due volte (idee cretine che mi vengono: lavoro raddoppiato!), la prima volta a colori e con il flash, chiedendo alla modella di posare da modella e fare la modella la seconda volta in bianco e nero cercando di farle un ritratto, il più vero e naturale possibile. Insomma, da un lato il personaggio, dall’altro la persona.

    Da un lato il colore (la realtà) dall’altro lato il bianco e nero (la verità).

    Questo il risultato:

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    Un dettaglio dal backstage. Magari uno si immagina chissà quali diavolerie, su un mio set. Però io ho sempre un’idea molto precisa in testa, che non mi interessa come viene ottenuta. Bado sempre di più al risultato, rispetto a come quel risultato viene ottenuto. Mi interessa il cosa, piuttosto che il come. 

    Questo è il fondale per i ritratti in bianco e nero, illuminati solo da una finestra:

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    Collezione spring summer 2017 Stefano Mortari

    Hair Daniele Falzone per Battaglia

    Make-up Rocco Santamorena per Battaglia

    Stylist Gianna Greco assistita da Stella Romoli

    Models Nathalie Nyrèn e Vilma  Hellström @Next Models 

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    19 settembre 2016

    REFETTORIO AMBROSIANO PER IL CORRIERE DELLA SERA

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    Storia di Ferragosto per il Corriere.

    Questa volta abbiamo voluto porre la nostra attenzione sui giovani volontari che anche durante le vacanze preferiscono aiutare gli altri piuttosto che divertirsi a Formentera: che poi bisogna vedere cosa è più divertente, se cazzeggiare a Formentera o dare una mano ai bisognosi a Milano. Ma questo è un’altro discorso.

    Per il giornale, oltre alle foto, ho scritto questo pezzo:

    “Questo spazio è educazione alla dignità e alla bellezza” mi dice, con il sorriso sulle labbra, Giulia, venticinque anni, di Verbania. La Bellezza è sicuramente quella che emerge dai loro occhi, svegli, intelligenti, attenti; la Dignità è quella che queste ragazze e questi ragazzi offrono e riconoscono a quelle persone che vengono qua, alla ricerca non semplicemente di un pasto caldo, ma anche di Amore.

    Per questo Ferragosto ci troviamo al Refettorio Ambrosiano, struttura di accoglienza creata dalla Caritas Ambrosiana che ogni giorno fornisce il pasto a 100 persone, senza chiedere loro da dove vengono, di che religione sono e perché si ritrovano in una situazione di disagio: ma chiedendo molto di più, e cioè la volontà di entrare in un percorso di recupero dove il fine ultimo è quello di ridare la possibilità di ristrutturare la propria vita, in una prospettiva solida e concreta.

    Ad aiutare gli operatori della Caritas quest’estate ci sono dei giovani che fanno parte dei “Cantieri della Solidarietà”, campi estivi che permettono di fare un’esperienza di volontariato, non solo in Italia ma in tutto il mondo: una maniera meravigliosa di provare sulla propria pelle cosa voglia dire aiutare il prossimo.

    La prima a farsi fare il ritratto è Valeria, ventinove anni di Sassari. E’ venuta apposta per questa esperienza dalla Sardegna e trova che, per l’arricchimento che le procura, ciò che sta vivendo sia meraviglioso.

    Dopo di lei è il turno di Ilaria, ventiquattro anni di Lodi. Dopo la laurea in lingue decide di fare un anno di Servizio Civile Nazionale, grazie al quale viene a conoscenza dei Cantieri della Solidarietà. Quello che cercava e che più apprezza di questa esperienza è la possibilità di conoscere e incontrare persone troppo spesso nell’ombra.

    Giorgia ha trenta anni e sta facendo il percorso per diventare suora: pur essendo di Verona adesso risiede a Perugia presso le “Francescane Missionarie di Gesù Bambino”. E’ qui perché vuole concretizzare la sua Fede aiutando chi ha bisogno, secondo la più pura tradizione Francescana; ma il suo credo religioso non le impedisce (anzi, la invoglia!) a scoprire e conoscere altre fedi, altre realtà, altre culture.

    Giulia, l’abbiamo già nominata, ha venticinque anni ed è di Verbania: sottolinea di come il sedersi intorno a un tavolo per mangiare (lo sappiamo bene, esperienza fondamentale nella cultura italiana) qui diventi pura convivialità e quindi un vero e proprio progetto socializzante. Insomma al Refettorio non semplicemente si consuma un pasto, ma si impara a stare insieme.

    Mancano i due maschi! Stefano ha trent’anni ed è di Bareggio. Laureato in Scienze Politiche ha deciso di fare questa esperienza di volontariato per provare a rendere concreti i propri ideali. Da lombardo gli piace vedere un lato di Milano che rimane spesso nell’ombra.

    Concludiamo con Daniele, ventinove anni di Bareggio. Dopo la laurea in Farmacia anche lui, come Ilaria e Valeria, decide di fare un anno sabatico aderendo al Servizio Civile Volontario: adesso è a Milano con il desiderio di restituire tutto ciò che la vita fino ad ora gli ha donato.

    Ecco, questi sono le quattro ragazze e i due ragazzi che hanno deciso di non fare una normale vacanza al mare, ma di aiutare il prossimo: probabilmente la migliore di tutte le vacanze possibili.

    Pur essendo tutti molto diversi infatti su una cosa sono tutti assolutamente d’accordo, sul preferire di gran lunga essere qui piuttosto che su una spiaggia con il mare cristallino davanti.

    Perché queste sei persone che anche oggi, il giorno di Ferragosto, saranno al lavoro in piazza Greco a Milano, stanno facendo una rivoluzione che tanti giovani volontari in tutto il mondo fanno: la rivoluzione di aiutare gli altri con un sorriso sulle labbra.”

    E’ successo poi che poche ore prima della stampa la redazione mi chiedesse ancora qualche riga più personale. Ho scritto allora (con il telefonino!) questo altro testo:

    “Per questa edizione dell’appuntamento con il mio racconto di Ferragosto abbiamo voluto rivolgere lo sguardo verso una categoria spesso bistrattata, misteriosa, vituperata e sicuramente mal conosciuta da chi non appartiene più ad essa: la categoria dei giovani. 

    Non è stato difficile trovare delle ragazze e dei ragazzi che andassero a smentire questi preconcetti. È stato più difficile riuscire a convincere queste sei bellissime persone a dedicarmi quindici minuti del loro tempo, che è interamente dedicato ad aiutare i bisognosi del Refettorio Ambrosiano. 

    Li ho fotografati cercando di usare per tutti lo stesso format, la stessa inquadratura; per far capire che sono un gruppo, tutti diversi ma tutti parte dello stesso organismo. 

    E poi gli ho solo chiesto di regalarmi il loro sorriso, lo stesso che regalano a tutti coloro che ne hanno bisogno. 

    È stato bellissimo.”

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    Daniele

    Daniele

    Giorgia

    Giorgia

    Giulia

    Giulia

    Ilaria

    Ilaria

    Stefano

    Stefano

    Valeria

    Valeria

     

    PS: mi hanno mandato degli screen shoot di uno dei soliti imbecilli di Facebook che criticava anche questo mio lavoro. Uno di quelli ai quali non va bene nulla. Peccato non abbia la stessa veemenza critica verso se stesso: non sarebbe mal riposta. Comunque: è probabilmente vero che la beneficenza e il volontariato si debbano fare in silenzio e riservatezza, ma è anche vero che io, da giornalista (tessera 91389 dell’ordine dei giornalisti della Lombardia) ho il dovere, etico e morale, di raccontare le cose meritorie che succedono al mondo. Questa storia non merita forse di essere raccontata? Non è giusto che questa meravigliosa realtà venga messa in luce? Non è possibile che questo possa portare a una auspicabile emulazione? 

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    15 settembre 2016

    BEBE VIO ROCKSTAR

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    Arriviamo a Pisa, io e Claudio Arrigoni (il giornalista di Sportweek specialista in discipline paralimpiche), in una torrida giornata di luglio: veramente caldissimo.

    Incontriamo subito Beatrice Bebe Vio, che si sta allenando con Emanuele Labertini in una palestra ancora più calda, ancora più torrida, ovviamente senza aria condizionata. Nel fioretto, la disciplina olimpica di Bebe, ci si veste molto, noi siamo, ovviamente, leggerissimi, mentre invece loro hanno tute, copri tute e protezioni varie: quando incomincio a fotografarla è già madida di sudore.

    Non si lamenta, anzi. Si mette a disposizione con una generosità che mi imbarazza e responsabilizza: mi rendo conto che potrei chiederle qualsiasi cosa. Proprio per questo non le chiedo nulla, o quasi nulla: voglio solo guardare la sua arte, fotografare il suo carisma.

    Finisce l’allenamento, si spoglia per indossare gli abiti normali e indossare le protesi che le permettono di camminare e usare le “mani”. Le chiedo se posso continuare a fotografarla e di fermarmi quando non vuole più sentire più la mia macchina fotografica che scatta: mi risponde che non ci sono problemi, di fotografare tutto ciò che voglio.

    Poi andiamo al mare, con tutto il gruppo, a mangiare gli spaghetti sulla spiaggia.

    E’ allegra, positiva, fantastica.

    Le faccio una domanda cretina “sei fidanzata?” lei invece di mandarmi a cagare sorridendo mi risponde “me lo chiedono tutti!”.

    Quando poi, qualche giorno dopo, rientro a Milano e comincio a scegliere e a ritoccare le fotografie mi succede una cosa particolare, che non mi è successa spesso. Tutti conosciamo bene le potenzialità di un ritocco potente. Anche chi non fa il fotografo di professione oramai conosce perfettamente come una fotografia può migliorare: se adesso fate una fotografia qualsiasi con il vostro telefonino e la pastrugnate per bene con i filtri di Instagram vedrete che quella banalissima fotografia diventerà, come per magia, bella. E’ quello che si fa normalmente in fotografia: migliorare il reale, come se non fosse già abbastanza bello. Ho cominciato quindi a farlo anche con le fotografie di Bebe. Ma qualcosa non funzionava. Era sempre troppo. E allora ho incominciato a togliere. E togliere. E togliere. Fino a quando ho capito che non c’era proprio nulla da fare, nulla da migliorare. Le fotografie di Bebe erano perfette così, e certo non per merito mio.

    Cosa altro dire, nulla, non c’è nulla da aggiungere. Se non guardare il momento in cui Beatrice Bebe Vio vince la medaglia d’oro alle paralimpiadi di fioretto:

     

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    22 luglio 2016

    DANIELA

    E’ vero, sto scrivendo poco qui, sul mio blog. Questo posto è un po’ come un vecchio signore (ha ben 13 anni! e voi sapete che nei blog c’è la stessa regola dei cani: ogni anno sono 7. quindi il mio blog ha ben 91 anni!!! ben portati, dai, perché è stato sempre ben in movimento…) e come tale va trattato con calma e attenzione, cercando di non fargli fare troppi sforzi. Soprattutto inutili. In effetti negli ultimi tempi il ruolo del diario quotidiano è stato sostituito, per quello che mi riguarda, da Facebook. Ma per le cose veramente importanti mi piace tornare qui, il mio vero luogo. Tra l’altro sto preparando un racconto dettagliato e completo su #settimiodecompostela, la camminata da Imperia a Milano.

    Ma torniamo a noi, e all’oggi.

    Allora: più vado avanti e più (veramente!) non so cosa sia la Fotografia. Cosa voglia dire fotografare. Cosa voglia dire fare il Fotografo. Non lo so. Click click con degli oggetti di ferro e vetro, prima con la pellicola, adesso con dei sensori digitali. Riproducendo la realtà. O l’idea che se ne ha. Boh! Chi lo sa. Copiamo o inventiamo? Non lo so. Più vado avanti e più è tutto confuso. Veramente non lo so. Più conosco e frequento la Fotografia meno la conosco e la capisco.

    Però forse una (peraltro debole) certezza ce l’ho: la Fotografia serve per entrare in relazione con un altro, fuori da me, attraverso me. Oppure entrare in relazione con me attraverso un altro, fuori da me. Ecco vedete, già di nuovo confusione. Diciamo una cosa, per semplificare, Fotografare vuol dire attivare una Relazione. Ecco, questo mi sembra abbia senso. Relazione con le persone, con i luoghi, con tutto.

    Questa mattina ho attivato una relazione molto forte, molto vera e molto intima con una persona, Daniela. L’ho vista alla Stazione Centrale di Milano e fin da subito mi ha molto incuriosito. Moltissimo. La vedevo in sbattimento per non so quali ragioni, con le due figlie dietro che non la perdevano d’occhio un attimo. E non si capiva se fossero le figlie ad aver cura della madre o il contrario.

    Le ho seguite e ho attaccato discorso. In questi casi mi viene facile. #parloconchiunquediqualsiasicosa

    Ho scoperto che lei si chiama Daniela e i figli, un maschio (!) e una femmina Davide e Isabella. Daniela è laureata in Fisica teorica a Genova e lavora all’università di Stanford (esatto, quella del celeberrimo discorso di Steve Jobs) dove fa la “negra” (forse meglio dire ghost-writer) su un argomento molto specifico e ovviamene a me molto misterioso, le “non località”: da quello che ho capito quelle zone che non sono visibili e studiabili ma lo sono attraverso le zone a loro vicine e da loro influenzate (l’esempio più pertinente, mi diceva Daniela, i buchi neri). Daniela e i suoi due figli erano di ritorno da Ancona dove erano andate (maschile, femminile, faccio un po’ di casino…) per visitare il Museo Tattile. I figli non vanno a scuola, ma studiano a casa. Lei dice che è una cosa legale, basta dare gli esami. Vivono a Albenga, quando non sono in giro per il mondo per il lavoro della mamma. Daniela è di origini ebree sefardite. Ci sarebbe anche un padre (fisico anche lui), di cui però, mi pare, si sono perse le tracce. Isabella e Davide sono molto uniti, sembrano gemelli: mangiano sempre cibo identico, affinché se qualcosa fa male a uno l’altro prova le stesse cose. Davide (13 anni) sta leggendo “La freccia del tempo”. Isabella (16 anni) sta leggendo “Cosa rende felice il tuo cervello”. Anche i figli vorrebbero studiare Fisica da grandi.

    Una famiglia veramente molto particolare, che emanava intelligenza e originalità da tutti i pori. Tutte e tre molto intelligenti e emozionali, in una maniera quasi irreale: li avrò immaginati o veramente incontrati?

    Ecco, qui arriva la Fotografia. Che è il motivo che mi ha spinto a parlare per quasi due ore con Daniela e i suoi figli.

    Attivare attraverso la Fotografia una relazione.

    E così è successo.

    Prima li ho fotografati tutti e tre.

    Poi solo Daniela quando ha visto la fotografia che ho fatto a loro tre e il breve testo che ho scritto.

    Ecco, forse la Fotografia serve a questo.

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    30 maggio 2016

    LUISA VIA ROMA OASI

    Un’OASI a Firenze nel nuovo editoriale realizzato per Luisa Via Roma con la Valentina Ottobri:

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    Concept: Valentina G.Ottobri @luisaviaroma
    Models: Melanie Engel @IMG MODELS MILANO, Yana Petrova @IMG MODELS MILANO, Amanda Neves @ELITE MODELS MILANO
    Editor: Sara Jane Bowers @luisaviaroma
    Make-Up: Alessandra Poli
    Hair: Stefania Caramelli
    Video: Daniele Aliberti @luisaviaroma
    Assistants: Camilla Prandoni, Mattia Sabatini, Arpad Oliviero Videk @luisaviaroma

     

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    25 maggio 2016

    VINCENZO ORLANDO

    Vi vorrei raccontare questa cosa, che trovo possa essere interessante ma soprattutto utile per chi voglia fare della buona Fotografia (cosa ci volete fare, l’approccio da maestrino difficilmente me lo toglierà mai nessuno: diciamo approccio didattico, che forse suona meglio…).

    Comunque.

    Questi i fatti.

    Qualche mese fa, con il buon Denis Curti, siamo andati a Bari per parlare a una convention. Devo dire che è stato molto piacevole: la sera prima ci siamo fatti una mangiata di pesce crudo che ciao proprio.

    Poi il giorno dopo siamo andati alla fiera dove si svolgeva tutto l’ambaradan.

    Mi hanno pure fatto e regalato (grazie!) un fantastico mini me:

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    (io sono quello a sinistra)

    Poi dopo aver di nuovo magnato e bevuto (di nuovo bene, da Eataly lì vicino) siamo saliti sul palco e abbiamo fatto il nostro show. Mi sembra che sia andato bene, noi ci siamo divertiti. Probabilmente anche chi ci ascoltava.

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    Ma non è di tutto ciò che vi volevo parlare, questo è un, probabilmente inutile, preambolo.

    Il fatto di cui vi voglio parlare è questo: prima di salire sul palco ho fatto un giretto per la fiera, curiosando e guardando. Io sono molto curioso e mi piace un sacco guardare. Tutto! Girando bello agile e tranquillo succedeva abbastanza di frequente che qualcuno mi fermasse facendomi vedere le proprie opere fotografiche. Praticamente sempre su telefonino o tablet. Non è che la cosa mi faccia impazzire (la lettura portfolio su iPhone!) ma l’ho detto, la curiosità mista a una gentilezza che cerco di far prevalere sempre sul resto.

    Ad un certo punto mi si avvicina un ragazzo e, anche lui, mi chiede se poteva farmi vedere le sue foto. Dico ok. Tira fuori il telefonino e mi mostra un po’ di roba. La solita roba, ne’ bella ne’ brutta che tutti fanno e tutti mostrano. La solita roba inutile: che è peggio di brutta, come spesso dico.

    Lui però molto carino, parliamo e discutiamo un po’. Ad un certo punto mi dice che avrebbe un altro lavoro da mostrarmi, e mi racconta anche un problema molto grave che ha avuto fin da piccolo. E’ una storia sulla quale non andrò nei dettagli, ma che lui stesso ha raccontato senza problemi dopo al pubblico: un problema di salute al cervello. Mi ha quindi mostrato un progetto di cinque Fotografie, dove racconta esattamente il dramma della sua malattia, con la guarigione e il lieto epilogo. Un lavoro bellissimo, vero, potente, sincero. Fantastico! Quello sì che era Fotografia!

    A quel punto gli ho chiesto se voleva salire con noi sul palco. Lui l’ha fatto volentieri, dove ha, per l’appunto, raccontato le sue disavventure e parlato del progetto che ne era scaturito. Si parlava, sia parlava, ma non riuscivamo certo a mostrare le fotografie al pubblico, erano solo sul cellulare!

    E allora mi sono sbilanciato con Denis Curti (che è anche il direttore de IL FOTOGRAFO), chiedendogli di pubblicare su uno dei prossimi numeri il fantastico lavoro di Vincenzo: il buon Denis all’inizio ha accettato al buio, poi con entusiasmo valutando anche lui ottimo il lavoro.

    Ed ecco finalmente, questo mese, sul IL FOTOGRAFO in edicola pubblicato il progetto fotografico di Vincenzo Orlando.

    Perché ne parlo qui? Innanzi tutto per rinnovare i miei complimenti a Vincenzo: bravo! Ma soprattutto per far capire a tutti che si parla di qualcosa che è vero, profondo, intimo inevitabilmente si raggiungeranno buoni/ottimi risultati: perché inevitabilmente si parlerà della propria unicità. Per fare della buona Fotografia è necessario essere autori, per raccontare qualcosa di vero, profondo e intimo: me lo dico a me stesso ogni giorno, ed è tutt’altro che facile. Ma è l’unica possibilità per non fare le banali cagate che fanno tutti.

    Ed ecco l’ottimo lavoro Fotografico di Vincenzo Orlando, un giovane e coraggioso ragazzo di Bari, Puglia, con le didascalie originali:

    1-L'infanzia_felice

    1-L’infanzia_felice

    2-Il buio assoluto

    2-Il buio assoluto

    3-la depressione

    3-la depressione

    4-La ripresa

    4-La ripresa

    5-la rinascita

    5-la rinascita

     

    IL FOTOGRAFO in edicola:

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    11 aprile 2016

    LA FOTOGRAFIA HA ANCORA UN VALORE?

    Domandona delle domandone: ma la Fotografia ha ancora un valore?

    Penso che sia indiscutibile il valore obiettivo della Fotografia. E’ sicuramente la forma di comunicazione/linguaggio/arte di cui tutti usufruiscono maggiormente: in una giornata sono certamente di più le fotografie viste che i film/articoli/libri letti e guardati.

    E fin qui ci siamo, giusto?

    Ecco, peccato che tutta questa meravigliosa quantità (e spesso anche qualità…) di informazione nella maggior parte dei casi non venga pagata. E no! Si paga oramai tutto, anche l’acqua (che vi vendono addirittura come curativa!). Ma la Fotografia no! Per le Fotografie oramai è normale non pagare nulla. Al limite il prezzo di un’immagine si conta in MI PIACE.

    Mi ha colpito qualche tempo fa un post su Instagram di un fotoamatore molto bravo (non sono ironico, quello che fa lo realizza molto bene) Marco Michieletto. Questo:

    IMG_9506

    Ecco, il buon Marco dichiara, FORTE E CHIARO, che nessuna rivista l’ha mai pagato per le fotografie che produce. Presumo che qualche modella lo abbia “accusato” di fare soldi a palate con le fotografie a lei scattate e dato che, presumo, anche lei non ha visto un euro, giustamente lui ha scritto questa cosa. Che in qualche maniera appare normale, lapalissiana, evidente: “faccio fotografie per dei giornali ma nessuno mi paga!” E certo!

    Non sembrerebbe normale che un idraulico scrivesse “non mi paga mica nessuno per riparare tubi!”, neanche sarebbe normale che un avvocato dicesse “faccio cause gratis!”. Neanche una escort direbbe mai “faccio pompini senza denaro in cambio!”. E’ normale invece che un fotografo dichiari (che non si pensi il contrario!) che lavora (lavorare in effetti mi pare un verbo inadatto…) senza alcun compenso.

    Fino a qualche anno fa ho realizzato per la rivista MAX, della Rizzoli, un progetto che si chiamava MAX CASTING. Vi devo dare una notizia. Mi pagavano! E pagavamo anche la modella! Cose da matti, eh! Allego prova tratta dal mio gestionale:

    Schermata 2016-04-11 alle 11.46.38

    Pazzesco, eh! La Rizzoli tirava fuori 1.000,00 euro per un servizio fotografico. Sembrano cose dell’altro mondo, ma parliamo solo di 4 anni fa.

    Adesso le cose sono molto cambiate. Decine, centinaia di fotografi (anche bravi!) offrono i loro servizi gratis, semplicemente per il piacere di farlo. In totale sincerità non ci vedo nulla di male: così va il mondo, e nulla si può fare per cambiarlo. Non ne faccio neanche una questione di professionista/dilettante, non mi interessa minimamente. Mi fanno solo un po’ girare le balle quelli che fanno finta di essere fotografi professionisti. Quanti ce n’è! Forse più che chiedere di mostrare il portfolio bisognerebbe chiedere di esibire il portafoglio. In effetti una volta che ho avuto occasione, a Oliviero Toscani, proprio il portafoglio ho fatto leggere… ;-)

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    Comunque, fatto tutto questo, forse inutile, preambolo, ho pensato di verificare se la Fotografia possa ancora avere un valore. Un vero valore.

    E ho deciso di fare una cosa.

    Questa:

    Schermata 2016-04-11 alle 12.38.23

    Andare a piedi da Imperia a Milano. Senza soldi. Senza carte di credito. Ma con macchina fotografica. Barattando dormire, mangiare, bere con le mie fotografie.

    Ce la farò? Non lo so! Correrò questo rischio. E’ l’unica maniera per verificare, veramente, se la Fotografia possa avere ancora un valore.

    Parto da Imperia giovedì 14 aprile per arrivare non so quando, ma spero ben prima dell’inaugurazione del MIA.

    Potete seguire il viaggetto sul mio profilo Instagram o sulla mia pagina Facebook.

    Belìn!

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    29 marzo 2016

    EVA RICCOBONO PER HAIKURE

    La simpaticissima Eva Riccobono per Haikure.

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    Una fotina backstage, dove si evince che Eva sa, alla bisogna, fare anche le pose da vamp super top… ;-)

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    Servizio scattato in Puglia, a Polignano.

    Art director Paolo Santosuosso di Socialrise.

    Hair Enzo Lorusso.

    Make up Barbara Pastore.

    Stylist Tiziana Straniero e Enzo Quinto.

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    1 marzo 2016

    SATURNINO EYE WEAR

     

     

    Che bello!

    Che divertimento!

    Che bel progetto!

    Ecco, questa è un’operazione che mi è piaciuta una sacco realizzare! :-)

    Magari qualcuno se lo ricorderà, o qualcuno avrà partecipato: a fine dello scorso novembre abbiamo aperto le porte del mio studio a chiunque volesse contribuire alla campagna pubblicitaria dei Saturnino Eye Wear.

    L’idea era semplicissima: invece di prendere modelli/e o dei belin di influencer/blogger e spendere lì inutili denari, abbiamo pensato di devolvere questa spesa a cinque onlus. E usare per il servizio fotografico persone normali, persone vere, persone reali!!! Abbiamo fatto una bella convocazione qui sul mio blog e sui vari social. E abbiamo aspettato che le persone venissero, sperando che arrivasse di tutto, belli/brutti, giovani/vecchi, adulti/giovani: così è avvenuto. Che meraviglia. Ho chiesto a tutti solo una cosa semplice: di sorridere. Anche qui volevamo differenziarci dalle modelle tristi ed emaciate: gli occhiali di Saturnino portano inevitabilmente alla felicità. E allora ridiamo! Non c’era truccatore, non c’era parrucchiere, non c’era nulla. Ci sono state semplicemente quasi 300 facce che (al grido siate faccisti, non siate fascisti!) hanno regalato la loro bellezza, la loro umanità: e già, perché alla fine sono veramente tutti bellissimi. Perché sono meravigliosamente umani! :-)

    Questo week end la nuova bellissima collezione è stata presentata al Mido qui a Milano, in uno stand tutto tappezzato di facce faccione.

    Olè!

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    25 febbraio 2016

    INCONTRO IED

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    lunedì alle 18:15 sarò allo IED di Milano a parlare in un incontro il cui titolo è

    FOTOGRAFARE E’ FACILE PER TUTTI ECCETTO CHE PER I FOTOGRAFI

    risolverò l’eterno dilemma se sia meglio sottoesporre e sovrasviluppare oppure se sia meglio preferire Instagram a Facebook: insomma questioni di vita o di morte.

    l’incontro è gratis: o meglio, a me mi pagano, ma chi viene ad ascoltare non paga nulla. (meglio di così!)

    è sufficiente iscriversi andando qui

    pare che i posti siano quasi esauriti, quindi fate come la signorina qui sopra: non ponete indugio tra il pensiero e l’azione!

    vi aspetto

    settimio

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