COVID 2020/2021

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Oggi è il 6 aprile 2021, con l’Italia ancora in Zona Rossa, a causa dell’epidemia COVID che sta flagellando non solo il nostro paese ma il mondo intero.
Scrivo queste righe non solo per la contemporaneità, ma soprattutto per chi leggerà queste parole tra un po’ di anni, sperando che questo difficile momento sia solo uno sbiadito ricordo. Purtroppo/per fortuna ci dimentichiamo in fretta delle cose e degli avvenimenti. Se andate agli inizi di questo blog, nel 2003, vedrete che in quei giorni l’Italia era in guerra e bombardava una nazione estera: difficile addirittura per me, che ho scritto quella notizia quasi 20 anni fa, pensare che sia veramente successo.

Comunque: siamo da più di un anno in quasi perenne (più o meno serrato, più o meno intenso) lockdown. Non è facile, e spero che tu che leggerai queste righe tra un tot di anni possa ricordare quello che stiamo vivendo come un brutto momento per fortuna alle spalle.
A onor di cronaca va detto che in tempi record sono stati prodotti e distribuiti (e in questo periodo è cominciata la somministrazione) tutta una serie di vaccini contro questo maledetto COVID.

Questa era la premessa.

Più o meno un anno fa mi chiama il Corriere della Sera (nella fattispecie il caporedattore Fabio Finazzi) e mi propone di realizzare un servizio fotogiornalistico all’interno sia dell’Ospedale Sacco di Milano e sia all’interno dell’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo; in pratica le due primissime linee di questa terribile guerra.
C’ho pensato un attimo e ho accettato con entusiasmo l’incarico. Con una certezza nella mia testa, però: che non sarei mai andato in quei due ospedali.
Perché ho pensato che (parafrasando addirittura un Papa!) “non debbo, non posso non voglio“:
-non dovevo perché c’era una regola ferrea: bisogna stare in casa, uscendo solo se veramente necessario. A quella regola volevo attenermi. Ovviamente so bene che i giornalisti iscritti all’ordine potevano uscire per lavorare, ma non volevo usufruire di questo privilegio. Massimo rispetto e approvazione per quei fotogiornalisti che sono andati in prima linea! Totale e massimo rispetto! Ma io volevo stare in casa, così come imposto (giustamente!) dalle regole sanitarie.
-non potevo perché sono senza milza ed è altamente sconsigliato con questa patologia andare in luoghi con una carica infettivologica alta.
-non volevo perché avevo forte il desiderio di provare ad usare lo strumento del linguaggio della contemporaneità (il cellulare!) per raccontare in maniera meno invasiva possibile quello che andava documentato.

Date queste premesse ho “istruito” una infermiera bella sveglia e mi sono fatto “accompagnare” all’interno della rianimazione del Sacco e del Pronto Soccorso COVID del Papa Giovanni: luoghi che comunque, soprattutto il primo, mai avrei potuto visitare e raccontare anche volendo.
L’infermiera si muoveva con il cellulare collegato in diretta con me, seguiva le mie indicazioni, inquadrava e io facevo lo screen-shoot di quello che vedevo sul mio cellulare.

È stata un’esperienza pazzesca.
Ho passato praticamente tutto il tempo del servizio con le lacrime agli occhi.
Sono riuscito a vedere e quindi (spero!) a raccontare quella terribile realtà con un’intimità, con una leggerezza, con una minore intrusione possibile che sarebbe stato difficile avere con un sistema tradizionale.

Queste le pagine del Corriere della Sera:

Questo il testo che ho scritto per il pezzo:

IN PRIMA LINEA

Siamo entrati nel reparto di rianimazione dell’Ospedale di Milano/Bergamo restando a casa, com’è doveroso fare in questa emergenza.  E’ il primo obbligo assoluto e categorico: stare in casa, affinché i contagi del Covid-19 siano minori possibili e la pandemia possa essere finalmente sconfitta.
Grazie a una videochiamata con gli operatori presenti sul posto siamo riusciti a documentare (semplicemente fotografando lo schermo del telefonino) ciò che succede all’interno dell’ospedale.
In queste giornate concitate e drammatiche abbiamo trovato un clima tranquillo e sereno; è sicuramente la conseguenza di un apparato medico-infermieristico con una esemplare preparazione e un super addestramento. Le loro giornate sono durissime: solo per la vestizione impiegano almeno mezz’ora, e, una volta equipaggiati, per ore non riescono a bere e andare in bagno. Nonostante tutto ciò anche se stanchi e con le occhiaie li abbiamo visti determinati e concentrati e sempre con il sorriso negli occhi.
La parola rianimazione ci fa pensare ad un luogo di dolore e sofferenza, ma la sua etimologia è molto potente; non solo ha a che fare con il ripristino delle funzioni vitali ma evoca la volontà di restituire l’anima.
La tragedia finale per coloro i quali hanno già tanto sofferto è morire senza il conforto di un parente, un amico, una persona cara: nessun estraneo può entrare in quelle stanze. 
Stefano è un infermiere che nel momento del bisogno veste anche i panni del Diacono per dispensare l’ultimo dei sacramenti, l’Estrema Unzione.
Nella giornata di Pasqua, che celebra il passaggio più importante di tutti, dalla morte alla vita eterna, queste immagini di lotta, speranza e sacrificio ci fanno guardare alla nostra condizione umana con la certezza che tutto ciò passerà.

Purtroppo tutta questa vicenda si intreccia con una immensa (per me personalmente così come per tantissimi altri) tragedia che è stata la recente scomparsa del nostro gigante Giovanni Gastel, proprio a causa del COVID.

Parlerò un’altro momento di Giovanni, con la cura e dedizione che si merita.

Per adesso concludo con questo intreccio, dicevo, di vicende; e cioè che la bellissima rivista FOTOGRAFIA E [È] CULTURA fondata proprio da Giovanni Gastel e diretta da Pio Tarantini ha pubblicato sull’ultimo numero una pagina su quel servizio per il Corriere della Sera. Giovanni da persona estremamente intelligente che era è (insieme ovviamente a Pio) non aveva paura di confrontarsi con una nuova e contemporanea maniera di usare il linguaggio fotografico.

Ecco questo è quanto. C’ho messo un po’ per scrivere di tutta questa vicenda, sperando che il tempo mi aiutasse a guardarla e viverla in maniera più fredda e distaccata: speranza inutile, è pure peggio.

💔

8 risposte

  1. Cristiana Semeria

    Carissimo Settimio,
    Ti faccio i miei complimenti non solo perché sei un fotografo geniale, ma anche per il dono che hai nello scrivere e descrivere con parole ed immagini incredibili.
    Ho avuto la fortuna di incontrarti in un paio di occasioni (evento all’importo Carli di Imperia e nel tuo Studio al Paradiso lo scorso dicembre) e in quell’ultima occasione è stato emozionante ascoltare i tuoi racconti e vederti al lavoro.
    Con profonda stima.
    Cristiana Semeria

  2. Simonetta

    Complimenti vivissimi per il tuo lavoro. Sono fotografie e racconti che non possono lasciare indifferenti, io ho perso una persona cara a causa del
    Covid e mi sento ancora di più toccata. Anni fa eri a Modena ad una fiera con la tenda e non ho avuto il coraggio di farmi scattare un ritratto, che stupida..

  3. Marta Albricci

    Ciao Settimio,
    Mi hai profondamente commosso.
    Un abbraccio.
    Marta

  4. Franca

    Il bene per il bene
    Grazie per ogni parola e per ogni immagine, il tuo lavoro è importante e commovente. Spero di incontrarti per un ritratto con la mia famiglia.

  5. Emanuela Pibiri

    Ciao Settimio,
    un argomento così drammatico non poteva essere trattato in maniera migliore….in punta dei piedi e con il cuore in mano.
    A presto Manu

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