IN THE SOUTH AFRICAN WEST

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Sto scattando in South Africa.
Oggi eravamo in un posto veramente singolare: una farm nel mezzo del nulla dove un padrone bianco originario della Bulgaria tra le varie cose produce formaggio, in particolar modo della “mozzarella” che era gialla, dura e a forma di parallelepipedo…

Mentre la truccatrice faceva il suo lavoro ho preso un po’ di workers, li ho messi contro un muro bianco, ho tirato fuori il mio iphone (una sorta di nuovo banco ottico, che ti permette solo di fare pochissimi scatti) e ho pensato bene (con che coraggio!) di scattare questi ritratti.

Il mio South African west:

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22 risposte

  1. Alessandro Burato

    Ai limiti della blasfemia 😉 ma sono bei ritratti, che visi!

  2. Cecopato

    Non conoscevo Benedusi. I suoi lavori sono veramente d’ispirazione, per la ritrattistica!
    Grazie del link! 🙂

    P.S. Che app hai usato?

  3. Claudio

    Che meraviglia!!! Vogliamo sapere quale app hai usato!
    Grrrazieee

  4. valerio

    scommetto che il bulgaro non era cosi anoressico come i workers che hai ritratto…

  5. Rossano Salamon

    Home sweet home 🙁
    I miss Cape Town !!!

  6. Gian Luca Perris

    Carino anche il titolo, pero’ per rispetto ad Avedon bisognava scattarli con il banco.

  7. vilma

    per favore, qualcuno mi spieghi perché questi ritratti sono belli, meravigliosi, fonte di ispirazione ecc.

  8. Cecopato

    Vilma, tu come li vedi? Ti suscitano qualche emozione? Hai trovato qualche collegamento con il lavoro di altri fotografi? Ci vedi qualcosa di Benedusi in questi scatti? Ci cogli qualche indicazione o stimolo? Prova a raccontare tu cosa ci vedi. Magari le risposte arrivano da sole…

  9. vilma

    per la verità io queste domande me le sono già fatte e mi sono pure date le risposte, ma poiché la fisica e la neurobiologia ci insegnano che ognuno di noi compie un adattamento dei processi cognitivi in base al proprio patrimonio intuitivo ed immaginario individuale, diverso per ciascuno di noi, reale o simbolico o immaginario che sia, mi sarebbe piaciuto confrontarmi con qualcun altro per scoprire come un fenomeno di percezione visiva venga influenzato da variabili non fisiologiche, ma culturali.
    Cervellotico!
    Voglio dire, scommetto che ognuno dei commentatori ha visto quelle foto in modo diverso dagli altri, c’è possibilità di scoprire/capire/discutere queste diversità?

  10. Gian Luca Perris

    Vilma credo che dovresti dare un’occhio al lavoro di Avedon, in particolare American West. E’ uno dei lavori piu’ rivoluzionari sul ritratto fotografico. Esprime un popolo, un periodo, e riesce a farlo estrapolando completamente i soggetti dal loro contesto.

    Mi permetto di interpretare il lavoro di Settimio che alle volte con un iPhone o con un altro mezzo realizza delle foto interessanti fuori dal lavoro programmato. In questo caso la resa dell’iPhone per me e’ sorpendente!
    Poi e’ evidente che queste foto non hanno la stessa forza, varieta’ di messaggi e progettualita’ del lavoro di Avedon, d’altra parte sono fatte in modo estemporaneo con mezzie tempi molto diversi.

    Settimio se posso porto avanti una piccola divergenza di opinioni. Tu scrivi sempre che senza progettualita’ una foto non conta niente. Secondo me senza niente da dire una foto non conta niente, cosa che vale per ogni tipo di linguaggio.
    Le cose che vuoi esprimere pero’ possono essere frutto di un’ispirazione estemporanea, magari latente da tempo e risvegliata da un evento, oppure possono essere eventi che ti colpiscono in un istante. Forse queste tue foto ne fanno parte.
    Poi e’ evidente che un bel progetto ha molte piu’ chance di raccontare cose interessanti.

  11. Cecopato

    Vilma, per quanto mi riguarda il commento era più “ironico” che “celebrativo” (ho citato il testo di un forum che lo stesso Benedusi ha riportato qualche post fa….)
    Tuttavia, lo stesso Benedusi ammette di aver scattato “con coraggio” queste immagini citando evidentemente la serie In the West di Avedon. Questo piccolo particolare è importante per capire che, belle o brutte che siano considerate le foto, per realizzare queste immagini il fotografo aveva un preciso riferimento che gli viene da un background “culturale” (che molto spesso manca a moltissimi amanti della fotografia e/o agli stessi sedicenti fotografi).
    Farne una lettura eccessivamente disdascalica, tuttavia, mi sembra esuli dal contesto e dalle finalità che solo l’autore potrebbe meglio inquadrare.
    A livello più oggettivo, sono in ogni caso positivamente sorpreso dalla resa fotografica che riesce a dare un iphone messo in buone mani, in attesa di capire quanto l’inconscio tecnologico abbia aiutato Benedusi nella realizzazione di questi scatti… 😉

  12. max

    Nelle foto però non ho capito che APP hai usato per fare il muro bianco huuhuharghh!! 🙂

  13. max

    Bon.. sischerza.. però volevo dire che non vedo l’ora di vederle con il mio computer domani perché ora, da cellulare, nonostante un s3, l’appiattimento della qualità delle immagini è molta. Aggiungo anche che nonostante la post produzione che avrai fatto per uniformarle, l’impressione che ne deriva è interessante, sono bellissime…. io direi che la cosa che ARRIVA di più è che una volta ancora hai dimostrato che si può fare (ovvio, presi certi limiti) un tipo di fotografia colta che una volta veniva fatta con banco ottico e con tanta fatica.. e che ogni tanto sarebbe meglio tirar fuori un bel vecchio libro di un autire storico da riscoprire. Grazie.

  14. Filippo

    Spero che la Apple ti paghi visto la pubblicità che stai facendo ad un telefono che costa 700 (!) euro, probabilmente un banco ottico costa meno.

  15. vilma

    @Gian Luca Perris/Cecopato
    Credo che il richiamo ad Avedon (già dal titolo) sia scattato immediatamente per tutti, come era intenzione di Settimio.
    Avedon: “Fotografo il mio soggetto su uno sfondo di carta bianca, largo circa 2,70 metri e alto 2,10, fissato a una parete, a un edificio, a volte sul fianco di un rimorchio. Lavoro all’ombra […….] voglio che la sorgente di luce sia invisibile……”
    Benedusi: “ho preso un po’ di workers, li ho messi contro un muro bianco”.
    Nonostante il coraggio, la citazione è ridotta all’osso, c’è pudore e timidezza, la mancanza del contesto affida tutto a quei volti che ci guardano, che guardiamo e che rappresentano “il tentativo di realizzare un’illusione: che quanto rappresentato nella fotografia è accaduto in modo semplice” dice Avedon, ma in realtà non c’è niente di semplice o improvvisato, Avedon dice :”La struttura del progetto mi fu chiara quasi sin dall’inizio”.
    “Il processo ha un ritmo che viene intervallato dal clic dell’otturatore e dalla sostituzione delle lastre di pellicola da parte dei miei assistenti, al termine di ciascuna esposizione”, l’estemporaneità è esclusa a priori né potrebbe essere altrimenti, il che concorda con l’affermazione di Settimio, che però usa IPhone, esattamente l’opposto.
    Personalmente, ciò che mi colpisce è che il confronto tra questi due mondi, al di là di tutte le possibili ideologie, si concentra nel supporto tecnico, “una fotocamera panoramica formato 8 x 10 pollici (20,32 x 25,40 cm. n.d.t.) su cavalletto” e “un iphone messo in buone mani”, in mezzo quarant’anni di tecnologia.
    La domanda è: se non conoscessimo nomi, luoghi, mezzi, informazioni, trovando in uno scavo archeologico le foto di Avedon e quelle di Benedusi senza conoscerne le rispettive storie, come distingueremmo le une dalle altre? e sarebbe utile/importante/necessario farlo?

  16. Gian Luca Perris

    Con tutto il rispetto, se in uno scavo trovassimo una chiavetta USB con dei francobolli forse una o due foto si potrebbero anche confondere; se trovassimo delle stampe di sicuro no. Poi l’originalita’ dell’idea mantiene un ruolo importante in un’opera d’arte, una copia o un falso ispirato all’opera non hanno lo stesso valore.

  17. Cecopato

    Benedusi penso legga divertito il dibattito… credo che in fondo la soddisfazione di tenere un blog sia proprio quello di stimolare la discussione.
    Sulle ultime considerazioni di Vilma… Non vorrei fare la figura del “primo della classe” (che non sono affatto), ma credo che i due lavori si possano ben distinguere da un punto di vista tecnico (giudicare una fotografia dal computer è un po’ come assaporare una pietanza dall’odore), ma soprattutto credo che questi scatti siano stati un divertissement raffinato per Benedusi (magari poi ci fa lo stesso una mostra al prossimo Canon Day). Immagino che le finalità e il contesto dei due lavori siano piuttosto ben separati e marcati. Difficile non partire da questo presupposto per avvicinare i due “lavori”:

    P.S. Tu scrivi che il riferimento ad Avedon sia stato chiaro subito per tutti… a leggere il post di Settimio di qualche settimana fa avrei qualche dubbio… https://www.benedusi.it/blog/avedon-chi/

    Grazie per la chiacchierata! 🙂

  18. vilma

    @Gian Luca Perris/Cecopato
    “l’originalità dell’idea mantiene un ruolo importante in un’opera d’arte, una copia o un falso ispirato all’opera non hanno lo stesso valore.” Giusto, però bisogna che si possa distinguere l’originale dal falso, è un tema ricorrente in fotografia, dove la restituzione meccanica opera una certa omogeneizzazione. Voglio dire, se trovassi due quadri di Caravaggio, facilmente distinguerei il vero dal falso analizzando le pennellate (addirittura la composizione chimica del colore), la pressione del pennello sulla tela, la texture delle campiture ecc., davanti a due stampe fotografiche, non conoscendone “le finalità e il contesto”, che elementi avrei per una corretta attribuzione? per stabilire chi ha copiato chi?
    Parafrasando Benjamin, “La fotografia nell’epoca della riproducibilità tecnica” potrebbe essere uno spunto interessante per una rilettura della storia della fotografia, o per il suo azzeramento.
    Come dire che non importa la cronologia, importa quanto una foto dice della società, dei costumi, dell’etica, di una visione del mondo.
    In chiave antropologica.

  19. Nicoletta

    Io vedo dei bellissimi volti molto intensi, in cui si può scorgere, sotto questi sguardi così dignitosi, una lieve tristezza che ho trovato comune in molte persone di colore in South Africa, retaggio, penso, di tanti anni di soprusi e di apartheid. Questo ci vedo io, grazie Settimio per avermi fatto emozionare! Le ho guardate mille volte! Ciao

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