francia #02

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guido piano. lascio alle mie spalle la normandia, e sfido con la mia volvo la forte pioggia, che a volte sembra addiritura rallentare il mio viaggio. mi piace pero’ lasciare il tergicristallo sulla “prima” velocita’, per potermi gustare il vetro inzuppato d’acqua, e per un brevissimo momento avere il brivido incoscente di non vedere quasi nulla. ma la mia lenta andatura mi permette di farlo senza rischi, e chet baker, che suona dal mio stereo, mi invita a continuare in questo mio piccolo brivido.
come dicevo, lascio alle mie spalle la normandia, e mi sposto sulla costa verso ovest, con il mare in burrasca alla mia destra. fuori fa’ freddo, sicuramente, ma dentro alla macchina, pensa ad un buon tepore, non solo la tromba del vecchio chet, ma anche il riscaldamento che tengo esageratamente alto, tante’ che a volte e’ piacevole aprire il finestrino e sentire l’aria salmastra che irrompe, portando con se’ gocce di pioggia che arrivano fino al mio viso.
ho un appuntamento nel paesino di unfleur, sono come al solito in ritardo, ma sono certo che anche la persona che devo incontrare non sara’puntuale, e continuo nel mio lento viaggiare.
e’pomeriggio, neanche tanto tardi, ma a novembre qui e’buio presto, e gia’si accendono i primi lampioni.
ma faccio in tempo ad entrare in paese, che e’ ancora chiaro, e a vedere le barche in secca nel porto, vittime della bassa marea.
il paesino, come sempre delizioso, e’ praticamente deserto, e non incontro nessuna macchina, ma per prudenza aumento la velocita’del tergicristallo, e tutto mi sembra piu’chiaro e nitido.
chissa’cosa vuole da me, questo strano appuntamento, chiesto ieri al telefono con un’urgenza che mi ha dato quasi fastidio. chissa’…
non vedo cosa abbiamo da dirci di tanto urgente, il nostro rapporto, tra alti e bassi, procede solido, e non ho posso proprio neanche immaginare cosa voglia da me.
ci si conosce veramente da tantissimo tempo, e a volte basta anche un silenzio per dirci molto, e quindi quella frase “ti devo parlare, domani!” mi incurioscisce ma, se devo dirla tutta, anche un po’preoccupa.
trovo finalmente il bar sulla piazza principale, posteggio senza difficolta’proprio davanti, e in un attimo sono dentro, anche se gia’bagnato pur per quei pochi metri.
incrocio subito lo sguardo interrogativo dell’oste, che pero’secondo me si immaginava l’arrivo di uno straniero, dato che mi indica senza incertezze un tavolino affianco ai vetri, in fondo al locale.
mi avvicino.
non guardando la persona che mi aspetta negli occhi, quasi con timore, ma solo guardandomi in giro, e cercando di asciugarmi il cappello bagnato.
solo al tavolo.
mi siedo.
ci guardiamo negli occhi.
e qui succede.
qui succede quello che proprio non mi aspettavo potesse succedere.
di fronte a me, seduto sul quel tavolino di marmo, in quel piccolo bar di un paesino del nord della francia, spazzato dal vento e dalla pioggia, ci sono io.
sono io.
sono proprio io, vestito in un’altra maniera, anche con un diverso taglio di capelli, ma sono io.
e’ come vedere la propria immagine riflessa in uno specchio, ma che si muove e appare in maniera divera.
sono scioccato, impaurito, sorpreso.
davanti a me c’e’ me stesso.
guardandomi quasi con sfida, sta per cominciare a parlarmi, lo vedo da come deglutisce, e dai muscoli della mascella, irrigiditi.
e infatti apre bocca, e…

sir, today we have praws with mango, is fine?

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