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  • 28 Settembre 2019

    LA SVOLTA ovvero LA CAMMINATA ovvero SETTIMIO DE COMPOSTELA

    C’ho messo tantissimo per scrivere questo post, più di 3 anni.

    Avevo evidentemente bisogno di lasciare riposare e decantare qualcosa che è stato ed è molto importante.

    Ma cominciamo dall’inizio. Erano i primi mesi del 2016 e tutto ciò che poi si è sviluppato in maniera molto forte era non dico all’inizio ma sicuramente in rapida espansione e crescita: semplificando diciamo la morte dell’uso e usufrutto della Fotografia così come era stato per tanti anni (con la morte dell’uso e usufrutto dei fotografi così come era stato per tanti anni) e il relativo trionfo della fotografia del like, giusto per semplificare.

    Ci siamo capiti, giusto? In poche parole nessun valore per la fotografia comprata/venduta/pubblicata e tanto valore per la fotografia sui vari social network.

    Bene. In quel marasma, per chi ha fatto il fotografo tutta la vita e soprattutto per tutta la vita si è guadagnato vitto e alloggio grazie alla Fotografia, sono cominciati e sempre più rafforzati dubbi, incertezze e preoccupazioni. Con il celeberrimo senno di poi tutti quei dubbi, quelle incertezze e preoccupazioni erano più che giustificate e legittime: il mestiere di fotografo così come è esistito per tanti anni era allora moribondo, così da essere, adesso, morto stecchito. E già: l’editoria praticamente non esiste più (o almeno non ha più i budget di una volta) e lo stesso la pubblicità e uguale il reportage. E’ vivissima però la Fotografia! Il social network di riferimento è diventato sempre più Instagram, fatto, lo sappiamo, solo da fotografie.

    Eravamo (e siamo sempre più!) nell’epoca della dittatura del LIKE: la maggior parte delle fotografie si realizzano solo ed unicamente per il piacere narcisista ed inutile di un pollice verso l’alto, come i gladiatori romani che dovevano sperare in quel semplice gesto per fare in maniera tale che ci fosse la vita e non la morte nel loro futuro.

    E quindi? E quindi mi facevo (e mi faccio, certamente) un sacco di domande; su di me, sul mio lavoro, sulla Fotografia e anche sul denaro per pagare il minestrone che a me tanto piace.

    Non so neanche bene come e perché ma un giorno mi è venuta un’idea, forse una necessità: capire se la Fotografia potesse avere (ancora!) un autentico e vero valore. Se la Fotografia potesse essere veramente utile (come ho sempre pensato dovesse essere) non solo per emettere fattura ma per la sopravvivenza.

    Avevo letto da qualche parte la risposta che dava Hemingway a chi gli chiedesse quale fosse la ricetta per scrivere un buon romanzo. Lui rispondeva “facilissimo: basta mettersi alla macchina da scrivere e sanguinare”. Ecco, io volevo sanguinare: che vuole dire tante cose, rischiare, mettersi in gioco, mettere qualcosa di vero, mettere qualcosa di sé e anche letteralmente far uscire sangue da una ferita.

    Ho deciso allora di andare da Imperia (dove sono nato) a Milano (dove vivo e lavoro da 35 anni) a piedi e senza soldi, barattando la sopravvivenza (bere, mangiare e dormire) con le fotografie che avrei fatto. Tutto qui.

    Non ero preparato, non ero allenato. Ma sentivo che andava fatto. E il 15 aprile 2016 sono partito.

    Ne sono perfettamente consapevole, è vero che non sarei mai morto di sete, fame e sonno dato che non ero nudo in Amazzonia ma è anche vero che dal primo secondo ho messo tutto in diretta sui social e quindi come minimo, se la cosa non avesse funzionato, avrei fatto una figura di merda. Ma bisogna rischiare, una delle prime regole per fare buona fotografia è rischiare!

    La prima cosa che ho fatto è stata prendere un po’ d’acqua del Mar Ligure e metterla in una boccetta per portala a Milano, da versare poi nel Naviglio affinché poi attraverso il fiume Po arrivasse nell’Adriatico, facendo così il giro di tutta Italia. Magari qualcuno si ricorderà dei riferimenti simili veramente pessimi: nessun collegamento con quei riferimenti!

    E poi sono veramente partito!

    Non avevo organizzato le soste in alcun modo, solo avevo previsto, più o meno, che mi sarei fermato ogni 25 km, la mia media giornaliera. La prima sosta sarebbe quindi stata ad Alassio. Fin lì sono arrivato. Bene. Certamente non era, nei miei pensieri, impossibile rimediare un panino o un bicchiere d’acqua (anche semplicemente come una sorta di elemosina) ma il dormire era certamente uno scoglio non indifferente. Anche perché sapete cosa? Io avevo (e ho!) una grande considerazione verso la mia fotografia e quindi volevo bere/mangiare/dormire in maniera eccellente! Insomma, la prima notte sarebbe stata una prima prova di grande importanza; anche perché se fin da subito nessuno mi avesse dato da dormire me ne sarei tornato con un bel treno ad Imperia, con la coda tra le gambe. I primi alberghi ai quali ho chiesto mi hanno risposto con un bel NO. Belìn! Cominciamo bene… Cominciavo ad essere seriamente preoccupato. Poi ho visto per strada una coppia di tipi interessanti, li ho fermati, gli ho spiegato il mio progetto e gli ho chiesto quale secondo loro potesse essere l’hotel i cui proprietari avrebbero avuto l’intelligenza di capire. Senza alcun dubbio mi hanno indicato questo. Sono entrato e hanno accettato! Vai! Poi mi hanno dato anche un’ottima cena. Ero felice!

    Lo sguardo del proprietario dell’hotel Danio la dice tutta!

    Non ha nulla (o forse invece sì…) a che fare con la Fotografia ma camminare, viaggiare lentamente ho scoperto che è meraviglioso. Bellissimo veramente. Mi contraddico alla velocità della luce: la lentezza e l’accuratezza con la quale guardare ha molto, moltissimo invece a che fare con il tentativo di fare buona Fotografia!

    Il tragitto Imperia-Milano in vita mia l’ho fatto decine, centinaia di volte, ovviamente; ma farlo a piedi e lentamente mi ha fatto fare un viaggio in un luogo che mi è sembrato completamente nuovo e diverso da quello realizzato per tanto tempo. Ancora in Liguria ad esempio sono passato per una strada (originale romana!) che manco sapevo esistesse: bellissima!

    L’antica strada romana da Alassio ad Albenga
    Monica, che fa l’artista, mi ha dato del pane fatto in casa da lei, che mi è durato tutto il viaggio! In cambio le ho fatto e mandato questo ritratto.
    Ho dormito e mangiato (benissimo) a casa di Alessio: in cambio gli ho mandato questa fotografia del suo mare, realizzata proprio di fronte a casa sua.
    Nel chiosco AL CHIOSCO (si chiama così!) sulla spiaggia di Noli ho mangiato in maniera eccezionale da Igor!
    Lei mi ha dato un pezzo di focaccia!

    Una cosa voglio dire che mi pare di non aver ancora detto: in tutto il viaggio ho sempre dormito/bevuto/mangiato in maniera stratosferica. Sempre! Non ho mai dormito su una panchina bevendo acqua e mangiando pane. Veramente mai. Ricordo perfettamente bene un episodio specifico: ero a Spotorno, ancora in Liguria, e appena entrato in paese il primo hotel che mi si para davanti è un bellissimo 4 stelle. Lo guardo con desiderio e tiro dritto, pensando che sarebbe stata una meta troppo al di sopra delle mie disponibilità. “figuriamoci se mi prendono in considerazione!” dicevo tra me e me, proseguendo la camminata. Dopo poco però mi sono fermato, cambiando i miei pensieri: “un hotel 4 stelle?!? ma la Fotografia e la mia fotografia meritano certamente un hotel 4 stelle!” e sono tornato indietro. Non solo ho dormito ma ho anche cenato: ricordo ancora adesso il meraviglioso pesce di quella sera.

    Per l’hotel Tirreno di Spotorno ho fatto uno still-life sul tavolo di marmo della loro cucina con i prodotti del loro orto.
    Una delle maggiori soddisfazioni della mia carriera di fotografo professionista è il fatto che, ancora adesso, quella fotografia è la foto profilo della loro pagina Facebook!
    Sembra incredibile anche a me che la racconto, ma è andata esattamente così: una sera ho dormito a casa di questa ragazza, Teresa.
    A casa sua ma con lei assente! Nel senso che mi ha accompagnato a casa (una seconda casa, suppongo, non so), mi ha dato le chiavi e mi ha detto “quando domani mattina esci chiudi la porta e lascia le chiavi sotto il vaso”.
    Giuro.

    Dopo Savona ho lasciato la Liguria ed è cominciata la salita, verso il Piemonte. Cominciava ad essere dura e i piedi cominciavano a farsi sentire. Sono arrivato in cima, pronto a scollinare, veramente stecchito. Arrivo quindi a Sassello, la patria degli amaretti. Vedo un bel bar, affollato. Entro e passa quel solito quarto d’ora in cui non riesco neanche a parlare. Mi riprendo, e vengo rinvigorito da un bel gelato.

    Lui è Giuliano (si vede subito che ha una bella faccia generosa e dolce, no?) con il gelato più buono del mondo: crema intinta in cioccolato fondente caldo!

    Lentamente mi riprendo, spiego per bene tutta la storia e il buon Giuliano mi dice che non hanno solo il bar ma anche un bed&breakfast lì sopra e che sarebbe stato felice di ospitarmi. Bene! Ma in cambio di cosa? Mi racconta che, sempre lì sopra, vivono gli anziani genitori, sposi da 60 anni! E’ fatta, farò il ritratto alla sig.ra Gina e a suo marito. Ci penso e mi preparo come dovessi fare la fotografia più importante della vita: anche perché É la Fotografia più importante della vita.

    Il backstage, come si suol dire!
    La Fotografia
    Che viene subito mandata via mail e subito stampata.
    E nel Bar Gina di Sassello non c’è solo la mia stampa, ma anche un quadro, realizzato recentemente, copiato dalla mia fotografia! 🙂

    A Sassello, la mattina dopo, ho fatto anche una chiacchierata con Linus e Nicola a Radio Deejay: QUI

    In Liguria la strada praticamente è una sola, in Piemonte e Lombardia sono infinite, per cui il tragitto è diventato più frastagliato e, volendo stare lontano dalle strade trafficate (l’unica cosa di cui avevo veramente paura erano automobili e camion), ho cominciato a prendere stradine di campagna passando così da paesini che, essendo lontani dalla “civiltà”, diventavano una specie di salto spazio temporale. Spesso e volentieri i fotografi/giornalisti pensano che si debba andare in capo al mondo per trovare qualcosa di particolare/strano/inesplorato; non ne sono così convinto, i luoghi in capo al mondo sono già stati esplorati e raccontati tutti, forse il veramente particolare/strano/inesplorato è in un paesino in provincia di Alessandria.

    Qui ad esempio non mi ricordo assolutamente dove fossi, ma vi assicuro che era veramente strano.

    Backstage
    Questa la mia foto: loro bevevano una birrozza Moretti dentro la fontana del paese.

    Cammina e cammina arrivo a Bosco Marengo, un piccolo paese ma pieno di orgoglio storico, avendo dato i natali a Papa Pio V. Arrivare lì è stata la tappa più dura, in un giorno ho fatto più di 35 chilometri. Arrivo stremato, distrutto, i piedi a pezzi ed entro in Paradiso. Già da fuori è bello, dentro è veramente caldo e accogliente, con il carrello dei formaggi (piemontesi e no) lì in bella vista. Sto parlando della Locanda dell’Olmo

    Questo è il piatto che mi offrono appena entrato. Me lo ricorderò tutta la vita. Agnolotti scottati sulla piastra, come una volta. Da mangiare con le mani. Uno a uno.

    Scoprirò una famiglia e una comunità veramente meravigliosa, fantastica. Sono tornato in seguito a mangiare in questo ristorante, veramente eccezionale. Sono rimasto a Bosco Marengo due giorni, era passata una settimana dalla partenza; io avevo bisogno di riposo e i miei piedi di cure.

    Il dottore del paese mi cura i piedi…
    … e in cambio anche lui ha avuto una mia fotografia.
    Questi i miei piedi. Vi risparmio la visione senza bende.
    Questa la grande Famiglia compreso il super cane Pongo.

    Come dicevo a Bosco Marengo mi sono fermato due giorni; ci voleva. Che poi uno pensa che in quei casi sei stanco, dormi e ti riposi: per nulla. A parte che dormire con quei piedi un vero supplizio, con i cuscini sotto le caviglie per tenerli alti e non toccare le lenzuola. E poi comunque si è in una adrenalitica tensione, per cui stare fermi è un po’ una sofferenza.

    Ho dormito in un luogo splendido, un ex mulino: agriturismo Mansio

    A Tortona entro in un hotel (4 stelle, ovviamente!), racconto la rava e la fava, mi guardano (giustamente e come quasi sempre!) come un matto ed esco sconsolato. Faccio qualche metro e sento dei passi di corsa verso di me: “nostra figlia ha detto che dobbiamo assolutamente ospitarti!” mi dicono.

    Sei tu che mi hai regalato questo? No forse no… Maledizione non ricordo.
    Comunque dormo meravigliosamente nell’hotel Villa Giulia
    E questa è stata la mia merce di scambio!

    La sera penso di fare una cosa: metto allora un annuncio sui miei social.

    Decido di tenere un workshop! Di una sera e in cambio di cena!

    Subito il workshop è SOLD OUT (eh: solo due posti!) e si presentano in hotel loro due. Purtroppo non mi ricordo in nomi: se mi segnalate aggiungo.

    E mangiando e bevendo (gratis, io) si è svolto il workshop più corto della storia.

    Uno dei problemi maggiori facendo questa esperienza è che si passa dalla grande e meravigliosa beatitudine (quando si trova da sistemarsi) alla frustrazione di una nuova giornata che comincia e che si deve risolvere. Si passa veramente dal Paradiso all’Inferno in poco tempo: forse esagero con la parola Inferno ma non con la parola Paradiso, perché, dovete credermi, con tutte le persone incontrate si instaurava un’amicizia, un affetto, una fratellanza che erano sempre uniche e meravigliose. La maggior parte delle volte al mattino ci si salutava con abbracci e baci, come ci conoscessimo e volessimo bene da tutta la vita. Quindi ogni giorno era un nuovo inizio, e dopo un po’ di giorni questa cosa incominciava a pesare. E lì è successo qualcosa di abbastanza stupefacente: era un tardo pomeriggio e ci si avvicinava alla meta della sera. Pensieri e preoccupazioni “chi mai troverò che mi faccia dormire anche questa notte? ma soprattutto, troverò qualcuno?”. Non so bene perché, ma ero parecchio sconfortato, con la sensazione che avrei dormito, per la prima volta, su una panchina.

    Succede allora che si ferma un’automobile, scendono due donne (mamma e figlia, scoprirò dopo), si avvicinano e chiedono: “sei un pellegrino? possiamo offrirti ospitalità?”. Io le guardo stupito, spiego loro che non ero esattamente un vero e proprio pellegrino, ma qualcosa di simile, e alla fine sì, succede che mi ritrovo in un bellissimo B&B, ma veramente eccezionale! Tanto per dirne una c’era un rubinetto da dove usciva, volendo, l’acqua gasata. E tutto bio, tutto naturale, i pavimenti in sughero: veramente una figata. Ero nel B&B Cuor di Lomellina!

    Siete un pellegrino?
    Questa la mia umile ricompensa a una fantastica e amorevole ospitalità.

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    Il giorno dopo era il 25 aprile e Michele Smargiassi su Repubblica pubblica un pezzo su di me e sulla camminata. Ne parlerà anche sul suo BLOG

    Un po’ che era il 25 aprile, un po’ che ero felice, un po’ che per me era una vera liberazione e un po’ che amo Federico Patellani ho pensato di omaggiare una sua celeberrima fotografia.

    Visto che ho citato Repubblica ecco un po’ di quotidiani che mi hanno voluto omaggiare della loro attenzione. Grazie a tutti i giornalisti!

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    Quel giorno mi arrivò un messaggio da Oliviero Toscani che mi fece veramente tanto piacere:

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    Alla fine, dopo 268 chilometri sono arrivato a Milano, stanco ma felice.

    La prova era superata, ero riuscito a sopravvivere per due settimane senza denaro ma solo e grazie a ciò che, da quando avevo 12 anni, faccio e, evidentemente, so fare: il fotografo.

    Ho provato (sulla mia pelle!) che la Fotografia (non semplicemente e solo la mia fotografia, la Fotografia in generale, come mezzo e linguaggio) ha un valore, al di là dei like o dei follower.


    Questi i resoconti precisi di ogni giorni, con i relativi chilometri.

    ================================================================


    DOMANDE FREQUENTI

    MA HAI VERAMENTE FATTO TUTTO A PIEDI?

    Sì, ho fatto tutto a piedi. Varie volte mi sono stati offerti passaggi in macchina: li ho sempre rifiutati. Sempre. Era diventata una sorta di missione, non volevo fare in automobile/autobus/treni/bicicletta/sommergibile neanche un metro!

    SEI UN FOTOGRAFO FAMOSO, FACILE!

    Intanto bisogna vedere se io sia veramente un “fotografo famoso” ma se anche così fosse è probabile che io lo sia per un ristretto numero di persone, probabilmente sui vari social network: insomma, vi assicuro una cosa, della quale sono assolutamente certo, a Sassello non hanno (nessuno!) la più vaga idea di chi sia Settimio Benedusi!

    VA BENE NON SEI FAMOSO A SASSELLO, MA HAI FOTOGRAFATO LE TOP MODEL E LE PERSONE FAMOSE!

    Sarà, ma non ho mai usato le top model o le persone famose che ho fotografato per introdurre o favorire la mia condizione. MAI. Non sono mai entrato da qualche parte dicendo “buongiorno sono il più figo fotografo del mondo e bla bla…”. Non solo non era nello spirito dell’operazione ma non sarebbe servito a nulla. Tutto il progetto aveva precise caratteristiche profondamente fotografiche, e per chi vuole fare vera e buona Fotografia entrare in veloce ed efficiente empatia con le persone è una qualità fondamentale. Un buon fotografo è colui che riesce a instaurare un collegamento con le persone, con il mondo, con la realtà: in questo viaggio io ho sempre soprattutto cercato questo, uno stretto collegamento con le persone, con il mondo e con la realtà. Raccontare che ero il super figo fotografo delle top-model sarebbe stato solo controproducente.

    OK, VA BENE, E ALLORA COSA DICEVI, COME CONVINCEVI LE PERSONE?

    Semplice, molto semplice: “Buongiorno, sono un fotografo, sto andando a piedi da Imperia a Milano, se lei mi offre da bere/mangiare/dormire io le farò la migliore fotografia che lei abbia mai avuto della cosa o persona per lei più importante”. Tutto qui. E poi mi adattavo, capivo dalla postura del corpo se erano interessati, diffidenti, sorpresi e reagivo in conseguenza, attivando, come un animale, la maggiore empatia e capacità reattiva possibili.

    HAI RICEVUTO DEI NO?

    Certo! Tantissimi! Una giornata, anche quella particolarmente dura, la salita dalla Liguria a Sassello, nessuno mi ha dato nulla dal mattino alla sera. Capita!

    MA HAI FATTO IL VIAGGIO DA SOLO? CHI TI FACEVA LE FOTO BACKSTAGE?

    No, non ho fatto il viaggio da solo, c’era con me la mia assistente Francesca. Eravamo insieme ma divisi, nel senso che la camminata si svolgeva sostanzialmente separati e poi quando entravamo nei posti io entravo per primo e raccontavo la rava e la fava. Dopo che io avevo detto e fatto lei si presentava e chiedeva da bere/mangiare/dormire, ovviamente pagando. Debbo dire però che nella maggior parte dei casi Francesca non ha pagato nulla neanche lei, a scrocco delle mie fotografie. Francesca lavora con me dal 2014, sono quindi 5 anni: mi ha affiancato in tutte le mille mie follie, compresa questa!

    Francesca oggi aspetta una bambina e le auguro ogni bene!
    Ma ancora lavora con me e mi aiuta!

    ================================================================

    In questi anni sono andato in varie trasmissioni e in vari contesti a raccontare di questa camminata. Recentemente ho avuto l’onore e il piacere di essere stato invitato al TEDx di Verona a parlare di questa esperienza. E’ stato bellissimo, e poi le rigide regole di quel format impongono una durata del talk molto breve, con beneficio delle sintesi!

    ================================================================

    Ecco, direi sia tutto.

    Sono consapevole che sia arbitrario definire periodi storici o personali o emotivi in base a date precise. Porre la conclusione del Medioevo il 12 ottobre del 1492 da un lato suona come arbitrario e approssimativo, forse. Ma d’altro canto è vero e condiviso che l’era moderna cominci proprio quel giorno, quel mese, quell’anno.

    Non vorrei adesso esagerare con l’enfasi, ma la distanza che ho interposto (volontariamente) a quelle vicende con il loro racconto (oggi, più di 3 anni dopo) mi fanno ragionevolmente pensare che la Camminata sia stata per me e per la mia maniera di essere fotografo una vera e propria svolta: dal Medioevo si è passati all’Era Moderna!

    8 Comments »

    15 Maggio 2019

    MIA 2019

    Ho partecipato (per la quarta volta!) al MIA PHOTO FAIR. Che devo dire, a me piace sempre! Vedere tanta (tantissima!) gente in coda per andare a vedere e magari anche comprare della Fotografia a me fa piacere.

    Quest’anno ho portato il mio progetto RICORDI? in versione speciale: grazie ai potenti mezzi HP davamo una stampa in formato A2 con cornice di legno massello. Il tutto per 250 euro.

    E’ stato bellissimo. Veramente meraviglioso. Quanto mi piace questa cosa!

    Qualche giorno prima il Corriere della Sera mi ha chiesto un testo per raccontare questa Fiera della Fotografia. Qui sopra la pagina del giornale, il mio testo:

    Non ci sono dubbi che la Fotografia sia il linguaggio della contemporaneità: tutti in tasca abbiamo un oggetto che usiamo forse per telefonare/navigare su internet/messaggiare ma che senza alcun dubbio usiamo per realizzare fotografie. Possiamo ben dire che quella che ci portiamo costantemente in giro sia una macchina fotografica che usiamo ancheper fare altre cose. Qualcuno ha detto che la migliore macchina fotografica è quella che è sempre con noi; nulla di meglio quindi di quella che è anche un telefonino. 

    Non è certo un caso che la maggior parte delle immagini usate sui mezzi di comunicazione per i grandi eventi di cronaca siano negli ultimi anni istantanee realizzate da persone comuni che casualmente passavano da quel luogo; molto probabilmente non erano fotogiornalisti, ma si trovavano nel posto giusto al momento giusto, ma soprattutto con una macchina fotografica in tasca. Perfetto, tutto ciò è per me (che sono un fotogiornalista professionista) perfetto; non mi sento usurpato di alcun privilegio, di nessun potere mediatico. Non posso che essere felice che il mezzo che uso sia diventato linguaggio comune! 

    Tutto questo però deve essere l’occasione per capire cosa veramente sia la Fotografia; perché se è vero che il fatto di sapere scrivere non trasforma chiunque in giornalista/scrittore/poeta, è anche vero che il fatto di possedere uno strumento che realizza fotografie non trasforma chiunque in un fotografo. 

    Allora, cos’è la Fotografia, ma soprattutto come si giudica una fotografia? Permettetemi di essere schematico, cominciando dalle basi:

    1) la Fotografia è un linguaggio, con le sue regole grammaticali e sintattiche, e come tutti i linguaggi serve a comunicare. 2) la Fotografia non riproduce la realtà. Mai! Non è questione di fotoritocco, di pellicola/digitale o post-produzione: la Fotografia non è mai lo specchio fedele della realtà. Già il fatto che riproduca solo una parziale porzione della realtà rivela la scelta arbitraria e soggettiva di colui che fotografa. 3) se è vero come è vero che la Fotografia non riproduce la realtà è altrettanto vero che riproduce la realtà di chi la produce. Non dice la verità sul mondo ma dice, inevitabilmente, la verità su colui il quale la usa 4) la qualità di una fotografia non è quella di essere bella. Questo è il concetto che normalmente è più difficile da spiegare: ci provo. Se è vero che la Fotografia è un linguaggio possiamo azzardare un parallelismo con il linguaggio che usiamo da sempre, quello della lingua italiana: secondo voi, la qualità di un testo in italiano è dato dalla qualità del testo in sé oppure dal significato che quel testo comunica? Sarete d’accordo con me nella seconda ipotesi, giusto? Una frase può avere una meravigliosa costruzione sintattica e grammaticale ma non voler dire nulla: succede esattamente la stessa cosa in Fotografia. 5) non sempre (anzi, quasi mai!) una fotografia di una cosa bella diventa una bella fotografia; sarà una fotografia di una bella cosa, non una bella fotografia. E sono due cose molto diverse! 6) quando si fotografa non si rubamai alcun attimo: questo è uno dei pregiudizi più difficili da scardinare. La Fotografia si realizza con il pensiero, con la progettualità, con il raziocinio; non rubando alcunché a nessuno.

    Limitiamoci a questi 6 punti, già sufficienti secondo me per cominciare a delineare i confini entro i quali circoscrivere quella che possiamo definire buona Fotografia.

    Detto questo, messe queste basi strutturali, ci tengo (da fotografo, certo) a dire (forte e chiaro!) che la Fotografia è qualcosa di molto importante: faccio due esempi per supportare questa convinzione. Per tantissimi anni, in pratica da sempre, la guerra è stata raccontata (da poeti e pittori) come un qualcosa di meraviglioso, di eroico, di glorioso. A volte gli eroi (sempre giovani e belli) morivano, ma sempre in maniera gloriosa e solo perché, ad esempio, il tallone non era stato bagnato dal liquido magico. I condottieri erano dipinti a cavallo in meravigliose armature, pronti a sferrare l’attacco vincente. E così via… E’ stata necessaria la Fotografia per mostrarci cosa veramente sia la guerra, con il suo orrore e il suo dolore. 

    Un altro esempio, molto significativo. Da sempre le élite del mondo hanno usato la pittura e i pittori per raccontare se stessi e il proprio mondo; i ritratti erano un privilegio che solo i pochi ricchi potevano permettersi. Con l’invenzione della Fotografia (avvenuta in Francia nei primi anni del 1800) è stato finalmente possibile per chiunque partecipare al rito prezioso di poter tramandare un racconto iconografico del proprio passaggio su questa terra, attraverso un ritratto fotografico. Non so quanti di coloro che mi stanno leggendo hanno in casa un dipinto del trisavolo; tutti invece hanno sicuramente un fotografia (stampata!) del nonno… 

    Scriveva Làszlò Mohololy-Nagy nel 1931: Non colui che ignora l’alfabeto bensì colui che ignora la Fotografia sarà l’analfabeta del futuro. Sono passati 88 anni, siamo in quel futuro: cerchiamo tutti quanti di non essere analfabeti!

    Per prima cosa ho preso un po’ di stampe delle precedenti edizioni di RICORDI? e ho riempito una parete delle stand
    Da buon faccista mi sono messo elegante, con tanto di cravatta!
    Ho pensato bene di scrivere GRANDE e GROSSO sul muro la risposta a quello che tutti mi dicono prima di farsi fotografare: non sono fotogenico!
    C’è sempre stato un gran movimento! 🙂
    Amici che sono passati a trovarmi… Paolo Pellegrin
    Giovanni Gastel

    Per quello che riguarda Giovanni Gastel c’è un fatto interessante, che merita di essere raccontato: Giovanni non solo si è fatto fotografare ma, con la sua solita generosità, si è messo a fotografare. Nella fattispecie una fanciulla che era venuta ad accompagnare i genitori e che aveva espresso il forte desiderio di NON farsi fotografare. Ovviamente io ho insistito talmente tanto fin quando l’ho fotografata; anche perché era molto bella (ma come tutte le adolescenti si vedeva bruttissima). E lì c’era anche il buon Gastel: anche lui l’ha fotografata! Quindi da niente a due ritratti… Ma il fatto interessante è che la stessa ragazza, con la stessa luce, con la stessa macchina fotografica, con lo stesso obiettivo, nello stesso luogo ma fotografata da due autori diversi ha prodotto (ovviamente!) due immagini molto diverse.

    by Giovanni Gastel
    by Settimio Benedusi
    La domenica mattina ho fatto un talk con la Giovanna Calvenzi: è stato molto bello. Il signore il cui ritratto ho usato per l’invito è un certo Settimio Benedusi, mio nonno!

    Tre ritratti:

    Ed entrando nello specifico del lavoro svolto c’è un’altra cosa che vorrei raccontare: uno dei (molteplici!) riferimenti per questo mio progetto è il fotografo americano DISFARMER. Non so bene perché ma per questo MIA quel riferimento è stato nella mia mente particolarmente presente. Ecco qualche curioso parallelismo tra il celebre fotografo americano e il mio lavoro:

    Disfarmer
    Benedusi
    Disfarmer
    Benedusi
    Disfarmer
    Benedusi
    Disfarmer
    Benedusi
    Disfarmer
    Benedusi

    Quando dico che le persone che vengono a farsi fare il ritratto quando si vedono quella bella stampa grande si commuovono spesso fino alle lacrime, vengo probabilmente preso per pazzo, o megalomane. Guardate e ascoltate:

    La ragazza del video si riferisce a questo ritratto. Che meraviglia, che commozione! I due signori erano andati a farsi belli (tutte e due dal parrucchiere!) e si sono messi l’abito buono per farsi la Fotografia con il figlio. Bellissimo.
    E con questa immagine concludo: abbiamo fatto SOLD OUT, vendendo tutte i 100 ritratti che mi ero messo come limite massimo.
    GRAZIE A TUTTI!
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    28 Gennaio 2019

    CALENDARIO PALAGINI 2019

    E’ stato appena stampato il calendario Palagini, un progetto che seguo oramai da un po’ di anni. Grazie all’intelligenza del grande capo penso di essere quasi sempre di essere riuscito a realizzare un buon lavoro… 🙂

    Quest’anno ho cercato di realizzare qualcosa sempre nel linguaggio del calendario ma cercando di andare verso ciò che, adesso, mi interessa maggiormente: il ritratto.

    Abbiamo voluto 6 ragazze di diversi tipi, diverse età, diverse tipologie; ma tutte senza nulla di finto. No seni finti, no ritocchi di alcun tipo, no tatuaggi…

    Ho fotografato in luce naturale, senza usare pannelli o quant’altro. Non c’era trucco/capelli (o meglio c’era per togliere qualcosa se fosse stato necessario: alla fine la nostra Carmen non ha fatto nulla) e abbiamo chiesto alle ragazze di venire assolutamente naturali.

    Non è stato fatto alcun lavoro di Photoshop, solo la conversione in bianco e nero.

    Abbiamo inoltre chiesto alle ragazze di portare un libro, il loro libro preferito: è stato inserito nel secondo scatto, quello a figura intera.

    Sul set era presente questo, come una sorta di manifesto programmatico del lavoro:

    Queste le pagine, con Tanya, Amanda, Margherita, Medea, Benedetta e Claudia.

     

     

     

     

     

     

     

    Il prodotto finale è stato stampato dalla Opero Italia di Verona, con una qualità pazzesca.

    Ecco, tutto ciò è la premessa, il vero punto è questo: metto all’asta una copia del calendario, firmato da me.

    L’asta si tiene sul mio profilo Instagram.

    Basta scrivere nei commenti la cifra che si vuole spendere. Si parte ad offerta libera: anche 1 euro va bene.

    Io non prenderò un euro, consegnerò il calendario a chi offrirà di più e si presenterà in studio da me con la corrispondente ricevuta versata a Pane Quotidiano.

    Olè! ♥

     

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    14 Gennaio 2019

    CROCE VERDE PER IL CORRIERE DELLA SERA

    Abituale appuntamento di Natale con il Corriere della Sera: ricordo che da 9 anni due volte all’anno il più importante quotidiano italiano (e quello che io leggo tutti i giorni) mi affida una pagina intera con la libertà di affrontare e raccontare un argomento. Di massima alterniamo un qualcosa di più concettuale a qualcosa di più sociale: così se lo scorso Ferragosto abbiamo realizzato questo progetto per dicembre abbiamo pensato di documentare e raccontare la vita dei volontari di pubblico soccorso. Nella fattispecie sono andato una notte con le ragazze e i ragazzi della Croce Verde APM di via San Vincenzo a Milano.

    Non è stata una passeggiata. Vi racconto un dettaglio (che nel pezzo del Corriere non ho inserito) al quale proprio nessuno pensa, che è abbastanza pazzesco. Il dettaglio è la sirena dell’ambulanza. Immaginiamo che voi che state leggendo sentiate una sirena. Suppongo che non sia questa sirena proprio vicino a voi, magari nella strada fuori dal palazzo nel quale vi trovate. Ovviamente sentite in maniera chiara e viva quel suono rumore. Con un certo fastidio, no? Ecco, pensate che quelli dell’ambulanza quel UEEEEEEEEE ce l’hanno sopra la testa!!!! Tutto il tempo! Una cosa da pazzi.

    Detto questo ecco il giornale:

     

    Queste le immagini singole:

    Tutto il reportage ha poi girato intorno al ritratto che ho realizzato all’alba ad Elena, quando ambedue eravamo sulla via di casa dopo la nottata.

    Lei è Elena:

    Quando sono andato in redazione in via Solferino ho portato una sorta di proposta di impaginato, realizzando delle piccole stampine attaccate con lo scotch su un cartoncino.

    Questo il mio testo:

    Lei è Elena, ha 32 anni e da 4 fa la volontaria nella Quarta Squadra della Croce Verde A.P.M. di Milano.

    Questo sguardo, questi occhi ci dicono che non è stata per lei una notte semplice: ha visto una donna di 72 anni esalare gli ultimi respiri di vita.

    Certo, non era la prima volta; ma ovviamente non ci si abitua mai.

    Ho passato una notte con le ragazze e i ragazzi volontari della Croce Verde A.P.M. di Via San Vincenzo a Milano. Non ho difficoltà ad ammetterlo: è stata durissima. Ma anche bellissimo, perché ho visto un calore umano, una fratellanza, un senso di amicizia unici.

    Elena nella vita “normale” fa l’impiegata immobiliare e non ha problemi, dopo essere stata tutta la notte sveglia, ad andare poi a lavorare in ufficio. Ha scelto di fare la volontaria all’inizio per curiosità, poi ha continuato perché ha capito che questa esperienza poteva essere utile non solo agli altri ma anche a sé stessa, dando il privilegio di vedere i propri problemi quotidiani come piccoli, insignificanti.

    Vive la grande famiglia dei volontari come una seconda grande Famiglia, dove poter trovare conforto in ogni momento; ad esempio dopo una notte come questa.

    Tutti loro si sentono protetti dalla possibilità di proteggere gli altri: perché gli altri siamo sempre noi.

    Elena consiglia a chiunque di provare a fare il volontario: basta fare un colloquio in sede (nelle Croce Verde A.P.M., così come in qualsiasi altra associazione di Pubblica Assistenza) e poi un corso di 120 ore.

    Una giornata di festa come oggi tutti noi possiamo viverla con serenità sapendo che là fuori ci sono degli angeli che in maniera totalmente gratuita e con dedizione assoluta sono a nostra disposizione per una carezza, per un conforto; per salvarci la vita.

    Loro ci sono.

     

    Concludo con la fotina ricordo realizzata quella sera in sede.

    E’ stato bellissimo!

    GRAZIE

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    tutto il servizio l’ho realizzato con LeicaQ

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    14 Novembre 2018

    IL VENTO DELLA VITA

    Quando Marcella Roggero, dell’Assonautica di Imperia, ha chiamato per propormi di dare un contributo alla Vele d’Epoca  mi è venuta immediatamente una voglia, un’esigenza, una necessità: fotografare tutti i bambini delle scuole Elementari della mia città d’origine. Non so bene perché; cioè le motivazioni logiche e progettuali ovviamente c’erano e ci sono, ma questa immediata urgenza mi è un po’ misteriosa. Diciamo che volevo fare una specie di censimento dell’Imperia del presente con l’ambizione di raccontare il futuro che verrà.

    Marcella non mi ha preso per matto (lì per lì quale potesse essere l’attinenza tra i bambini e le barche a vela poteva essere misterioso) ma anzi ha risposto OK!

    Così a fine maggio, 4 mesi prima della prestigiosa manifestazione, siamo partiti e ci siamo installati per un po’ di giorni nelle scuole Elementari di Largo Ghiglia e Piazza Calvi (tutte non era veramente possibile).

    In quei giorni era il mio compleanno e mi hanno accolto con questo!

    Successivamente, il primo agosto, in una torrida giornata di calma piatta siamo tornati ad Imperia a fotografare il meraviglioso sloop Emilia, che “veleggiava” di fronte a Porto Maurizio:

    Perché a quel punto l’idea era arrivata: comporre la barca a vela con i visi delle bambine e dei bambini.

    Questo il risultato. (cliccando e ingrandendo magare vi trovate!)

    Nella mia testa è una fotografia molto ambiziosa: mostra il passato e il futuro contemporaneamente. Se vista da lontano si vede il passato (l’Emilia) se ci si avvicina si vede il futuro (i bambini dell’Imperia che sarà). Lo spettatore diventa pare attiva: muovendosi ci si sposta non solo nello spazio ma anche nel tempo! 🙂

    Finalmente è arrivato il giorno, con la grande stampa affissa proprio sulla banchina, davanti alle barche a vela.

    L’inaugurazione è stata meravigliosa, con tutti le bambine e i bambini che si cercavano nella grande stampa!

    Queste le belle immagini dell’inaugurazione di Roberta Roccati e Francesco Rastrelli dell’agenzia Blue Passion:

    Ci è venuto a trovare il buon Matteo Curti che ha voluto così poi ricordare il week-end imperiese.

    GRAZIE veramente a tutti, non riesco ad elencare ognuno perché sicuramente ometterei qualcuno.

    GRAZIE!

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