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  • 28 novembre 2016

    CAGLIARI

    Sabato sono stato a Cagliari in un incontro organizzato da La Bottega della Luce.

    Sarà che ero bello carico, sarà che ero vicino al mare, sarà che la Sardegna è figa, sarà che sono stati tutti carini e gentili, sarà che ho mangiato buon pesce, sarà che ho bevuto del buon Vermentino, sarà che all’aeroporto mi è venuto a prendere un gentile autista con una bella macchina, sarà che ho volato sia all’andata che al ritorno nel posto 1A, sarà quel che sarà ma mi sono molto divertito!

    Tra una cosa e l’altra oramai sono anni che faccio speech, e forse sto incominciando a capire come fare questa cosa: certo è che mi piace sempre di più farla.

    In onore di Fidèl ho parlato in maniera torrenziale, per più di tre ore: a me sono volate!

    Che dire: parlare in pubblico mi piace, perchè mi permette di esprimere in maniera completa e con i toni giusti e le pause giuste (le pause sono importantissime! provate adesso a dire: Settimio ti devo parlare! e adesso provate a dire: Settimio………………..(pausa) ti devo parlare.) i miei concetti sulla Fotografia. In effetti faccio vedere ben poco il mio lavoro, soprattutto parlo in generale su ciò che penso sia giusto/sbagliato a riguardo della buona/cattiva Fotografia.

    Ad un certo punto ho organizzato una cosa, per cercare di dimostrare alcune cose, non con la teoria ma con la pratica: di più mi è difficile dire, solo chi era lì può capire. Comunque, ad un certo punto abbiamo (il plurale non è a caso, ma continua ad essere difficile spiegare…) realizzato una fotografia.

    Eccola:

    img_1364

    Ringrazio tantissimo Sara e Samuele per essersi prestati, con coraggio ed intelligenza: sono stati eccezionali!

    E grazie a tutti, veramente! Questo applauso è per voi!

     

    3 Commenti »

    21 novembre 2016

    SCALO MILANO_01

    Un fotografo è un po’ come un atleta: per fare delle cose che funzionano ha bisogno di un ottimo allenatore. In effetti uno dei problemi dell’anarchia  in cui sguazzano la maggior parte dei fotografi al giorno d’oggi è il fatto appunto di essere liberi, cosa che non sempre è un gran vantaggio: perchè il rischio è che si vada in giro a fare delle cose a caso, senza un senso. Visto che mi piace fare il maestrino e vorrei che questo blog avesse sempre una componente didattica suggerisco a chiunque voglia fare della buona Fotografia di cercarsi un ottimo allenatore…

    E’ certamente riduttivo definire allenatore l’art director di una campagna pubblicitaria, ma è sicuramente la figura fondamentale affinché una ADV sia non solo efficace ma anche bella: due cose che insieme sono più uniche che rare!

    Andrea Bandiera: questo il nome dell’art director dietro la pubblicità di Scalo Milano, un nuovissimo centro commerciale alle porte di Milano.

    Mi piace farvi vedere il percorso, anche se molto sinteticamente, che ha portato alla comunicazione pubblicitaria per questo nuovo brand.

    Due le cose particolari e diverse dal normale di questo progetto: le fotografie si sarebbero realizzate all’interno dello spazio e sarebbero state fatte in due tempi diversi, durante il cantiere (per dire che il centro sarebbe stato aperto) e con il centro aperto.

    Penso possa essere utile e interessante vedere i lay-out. Eccoli, con un terribile sfuocato che ho messo sui visi dei modelli presi ad esempio:

    presentazione-per-settimio-4

    presentazione-per-settimio-5

    presentazione-per-settimio-6

     

    Un lay-out serve soprattutto per raccontare, al cliente e ai vari componenti della creatività, quale è la progettualità della campagna: in questo caso è evidente che si voleva dire che in un cantiere in costruzione c’erano già, in una maniera quasi onirica, presenti gli elementi (design/fashion/food) che ci sarebbero stati in futuro, a cantiere finito. Diciamo che in una sola fotografia ci sarebbe dovuto essere contemporaneamente il presente e il futuro.

    Ho pensato allora di illuminare i tre soggetti con un grande flash, esponendo in maniera corretta per il soggetto e sottoesponendo per il fondo: è una cosa che ha il rischio di rendere assolutamente finte le immagini se tagliate (sembra un fintissimo inserimento fatto con photoshop…) ma che funziona se il soggetto si vede intero, con i piedi all’interno del fondo.

    Così abbiamo realizzato questo:

    fb_1200x628_notorieta

    img_2772

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    fb_1200x1200_engagement_2_fashion-1

    img_2769

    instagram_1080x1080_food

     

    Queste le foto backstage:

    unknown-4

    unknown-5

    unknown-7

     

    Poi c’era da fare anche la copertina della rivista house organ.

    Lay-out:

    presentazione-per-settimio-8

    Cover:

    img_9775

    Dopo qualche mese finalmente Scalo Milano apre! E a quel punto siamo ritornati lì per fare la vera e propria campagna pubblicitaria, dove si mostra ciò che quel posto era diventato, invitando tutti a partecipare alla grande inaugurazione: per enfatizzare il tutto abbiamo scattato di notte, con controluci e fumo.

    Ho solo un lay-out:

    presentazione-per-settimio-9

    La campagna:

    adv_orizzontale-1

    adv_orizzontale-2

    adv_orizzontale-3

     

    Una foto backstage:

    unknown-2

    La campagna in viale Forlanini a Milano, su un 6×3:

    img_0013

     

    Ecco, visto adesso sembra che sia stata una passeggiata, ma, come sempre, non è così. Voglio veramente ringraziare tutti: GRAZIE!

    Per ora questo è tutto per ciò che riguarda Scalo Milano, ma solo per ora: a breve un’altro post, su un’altra operazione che è stato bellissimo realizzare in questo luogo.

    |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||

    ADV SCALO MILANO

    ART DIRECTOR: Andrea Bandiera per Robilant

    STYLIST: Luca Stefanelli assistito da Marianna Karathanasi

    ASSISTENTE FOTOGRAFO: Francesca Di Gregorio

    HAIR AND MAKE-UP: Erika Ginevra Mayer

    MODELLA FASHION: Giulia Alberti

    MODELLA FOOD: Giorgia Soleri

    MODELLO: Alessandro Manfredini

    VIDEOMAKER: Ilaria Vecchio e Renzo Angelillo

    PROMOS GROUP: Lorenza, Noemi e Anna

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    17 ottobre 2016

    PESCATORI IMPERIA

    Fare il fotografo può essere un enorme privilegio: lo è quando si documenta la storia, quando si è in prima linea a raccontare il nuovo che avanza (e anche una minigonna lo è) o quando si incontrano e fotografano grandi personaggi. E’ anche un enorme privilegio fotografare le persone, perchè per fotografarle in maniera efficace è necessario entrare in empatia con loro, e conoscere la loro storia, il loro vissuto: un ritratto, a parer mio, non è una faccia fotografata e non è neanche un “rubare l’anima”. Fare un ritratto, sempre a parer mio, è il racconto, attraverso il linguaggio della Fotografia, di un incontro, di una relazione. E affinché il racconto sia efficace è necessario e importantissimo che l’incontro e la relazione siano veri, intensi ed empatici.

    Ad Imperia, da 30 anni, c’è il celeberrimo RADUNO DELLE VELE D’EPOCA, un momento bellissimo della mia città natale. Si svolge ogni due anni, e io ebbi l’onore di partecipare nel 2012 con una mia personale e nel 2014 con una mostra curata da me: giustamente quest’anno non mi è stato più chiesto di fare nulla. Giustamente, ribadisco. Però mi dispiaceva non essere presente in un evento così bello! Mi sarebbe dispiaciuto non usare quel palcoscenico privilegiato per raccontare qualche storia, per porre la mia attenzione e il mio sguardo su qualcosa che lo meritasse: mi dispiaceva non esercitare il privilegio.

    Ho pensato allora a una cosa. Ho fatto questo ragionamento: in quei giorni ci sono ad Imperia le regine del mare, le barche a vela più belle del mondo. Fantastico. Però. Però non scordiamoci, proprio in quelle giornate, di chi il mare lo vive quotidianamente, con meno glamour e sicuramente meno fatica: i pescatori. Che rappresentano un giacimento culturale inestimabile per l’Italia (il tanto sbandierato food) e ovviamente per Imperia: io voglio (da italiano!) continuare a mangiare i gamberetti nostrani, non quelli surgelati che arrivano dal Vietnam. E non è una semplice questione culinaria, è una vera e propria questione culturale.

    Ho deciso quindi di conoscere l’argomento di cui volevo occuparmi. Purtroppo o per fortuna per conoscere in maniera efficace c’è solo una maniera: bisogna alzarsi dal divano, mollare (anche solo per poco, figuriamoci!) le comodità, e andare a capire, vedere, osservare. Grazie all’amico Daniele (che ad Imperia conosce tutti, i pescatori non parliamone) mi sono allora imbarcato sul peschereccio Ovidio II, con il comandante Rocco, e i marinari Orazio e Vincenzo. Siamo partiti dal porto di Imperia Oneglia alle 11:30 di sera per farvi ritorno nel tardo pomeriggio del giorno dopo. Qualche mia fotografia da quella nottata:

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    Una volta che ho capito, visto e osservato sono passato a quella che, nella mia testa, sarebbe stata la seconda fase: fare i ritratti ai pescatori. Sempre con l’aiuto di Daniele li ho convocati, e lì, su un muro in ombra, vicino alle loro barche, li ho fotografati, chiedendo loro solo una cosa, mentre erano davanti la macchina fotografica: “quanto culo ti fai in mare? me lo vuoi far vedere?” Queste alcune immagini:

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    Questa una foto del backstage, scattata da Francesca Di Gregorio:

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    Il lavoro stava prendendo forma davanti ai miei occhi, stava tutto acquistando un senso. A quel punto ho veramente voluto che questo lavoro fosse visto, guardato, commentato e che i miei pescatori potessero uscire, anche se per poco, dall’oscurità in cui sono e sono sempre stati. Sono allora andato da LA PUBLIEMME, volevo stampare le immagini, nel classico formato da manifesto, 70×100. Ho trovato due persone splendide, Lilli e Luca, che hanno capito cosa volevo fare e mi hanno stampato (gratis, senza che io gli chiedessi nulla) le immagini.

    Lilli e Luca della LA PUBLIEMME

    Poi ho portato tutto il lavoro a LA STAMPA, parlando per ore per capire bene che taglio dare al progetto, prima con Fulvio Damele e poi con Gianni Micaletto, che ha seguito materialmente il pezzo.

    Mentre il quotidiano procedeva nella lavorazione io insieme ad una combriccola di amici complici (tra i quali mi ha fatto immensamente piacere ci fosse Lucio Carli, e cioè il presidente di Assonautica e cioè la società che presiede le Vele D’Epoca: un gesto coraggioso da parte di Carli e prezioso per me, dandomi la consapevolezza che il mio discorso era stato capito, e non c’era, come nelle mie intenzioni, dicotomia tra le blasonate barche a vela e i pescatori, tutti uguali di fronte all’unico Re, il mare) siamo andati, protetti dalle tenebre della notte e armati di pennelli e colla, ad attaccare le stampe su quella che è la casa dei pescatori, il luogo dove hanno depositi e magazzini, proprio di fronte ai pescherecci, sul porto di Oneglia. Quella nottata è stata ben raccontata da Alessandro Del Vento su Imperia Post.

    Questa una foto di quella notte, con il muro prima e dopo:

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    Il mattino dopo è stato meraviglioso.

    Questa LA STAMPA e IL SECOLO XIX:

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    E questo il muro:

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    Mi si perdoni se voglio sottolineare un dettaglio, piccolo ma reputo significativo: da nessuna parte, sul muro, c’era scritto il mio nome, il mio credito. Non ho voluto che ci fosse. Dovevano parlare le loro facce e la loro storia, non il mio nome.

    E veniamo all’epilogo. Ieri sono stato lì, perchè da allora (forse ho dimenticato di dire che tutto ciò è stato fatto il 7, 8 e 9 settembre) ogni volta che tornavo ad Imperia mi piaceva tanto tornare a visitare il mio muro, ed era ogni volta una sorpresa e una festa trovare persone che commentavano, fotografavano e guardavano: bellissimo e ogni volta commovente. Ecco, ieri sono andato è ho trovato tutto distrutto. Tutto cancellato. Tutto rovinato. Ho trovato tutto così:

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    Mi sono stupito anche io a non sentirmi triste, come consapevole che tutto ciò sarebbe inevitabilmente successo, metafora perfetta di lavoratori che hanno avuto un minimo di notorietà ed onore ma poi sono ripiombati nell’inevitabile oscurità: chi ha fatto quello scempio in fondo mi ha fatto un favore, perchè ha raccontato con le sue mani di quanto sia facile cancellare la dignità di chi si fa un culo così, in mare tutte le notti. Non valgono nulla, neanche attaccati su un muro.

    Però le cose spesso succedono con un percorso tutto loro, e in questa distruzione la mano inconsapevole ha creato un’opera ancora migliore di tutte le mie, una vera opera d’Arte. Il viso di Orazio che emerge dal manifesto strappato, racconta la sua ostinazione, l’ostinazione e il coraggio di tutti quelli come lui:

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    Ecco, questo è quanto, questo è tutto.

    Grazie a tutti.

    E’ stato bellissimo.

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    PS: i ritratti dei pescatori possono essere liberamente scaricati in alta definizione QUI: a parte uso commerciale potete farne quello che volete.

    PS 2: mi fu fatto notare una coincidenza incredibile, che negli stessi giorni l’ottimo fotografo Piero Martinello fece un progetto molto simile al mio. Voglio tranquillizzare chi si è agitato: nessuno ha copiato nessuno, io non ho copiato lui, lui non ha copiato me. Il fatto che le cose sono nell’aria. Succede così. Chi inventò il telefono? Manzetti, Meucci o Bell? Era nell’aria, era inevitabile che ciò sarebbe successo. Le cose non le decido io o Martinello, le cose hanno una loro naturale e inevitabile evoluzione. E poi non scordiamoci che prima di tutti c’era Avedon… ;-)

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    11 ottobre 2016

    WS

    Allora, poche informazioni e chiare.

    Praticamente una volta alla settimana qualcuno mi scrive chiedendomi di organizzare un workshop nella sua città. Non rispondo mai di no. Rispondiamo sempre facendo tutta una serie di richieste, che non sono mai assurde o esose, ma che servono per alzare l’asticella della qualità che io ritengo indispensabile in una mia masterclass. Alziamo l’asticella, alziamo l’asticella…fino a quando scappano tutti. Per mia immensa felicità!

    Perché non voglio fare workshop inutili.

    Perché in un mio workshop io do il massimo, do tutto me stesso: non voglio che questa mia energia vada sprecata.

    Quindi, chiedetemi pure di fare workshop dove volete, ma sappiate che non è facile, i paletti da superare sono tanti.

    Che è un peccato, poi. Perché io amo fare i workshop! E sapete perchè? Perché imparo tantissime cose, mi sono utilissimi.

    Sono contento quindi di farne uno, a fine ottobre, replicando quello che avevo fatto da me in studio a Milano a febbraio: questa volta andremo a Mantova, all’interno del Festival del Vintage, una realtà molto interessante e divertente, sempre in partnership con Leica Italia.

    E qui magari sorge spontanea la domanda: cosa avrebbe questo WS di meglio per fare in maniera tale che io decida di farlo? Lo spiego subito: faremo questo workshop usando solo ed esclusivamente fotocamere Leica (R7 e serie M) analogiche, per andare a stampare in camera oscura i rullini sviluppati e provinati dal grande Giancarlo Vaiarelli.

    Voglio dire subito una cosa, così ci togliamo il pensiero: non ho nulla contro o pro la pellicola o il digitale, non me ne può fregare di meno. Penso che la profondità della pellicola o l’emozione della grana siano pippe inutili e menate incredibili: si può fare ottima Fotografia con le macchine digitali e una foto di merda scattata in pellicola rimane inevitabilmente una foto di merda. Punto.

    Però. Però scattando in pellicola si attivano dei meccanismi che possono e sono utili anche per chi poi andrà a scattare in digitale. Ad esempio una cosa che NON SOPPORTO quando vedo qualcuno scattare con la digitale è quando il tizio scatta e subito guarda dietro per vedere come è venuta: ma cosa guardi?!? La Fotografia deve essere nella testa di chi scatta, non su uno schermino! Ecco, scattando in analogico, si hanno pochi click a disposizione (36 scatti sono fin troppi, quando si attivano certi meccanismi mentali…), si pensa bene prima di scattare, non si vede nulla subito, si dorme con le immagini che in primis si sviluppano nella mente, prima che nella tank della camera oscura, si sceglie UNA Fotografia, la Fotografia e finalmente si va a stampare, portandosi a casa un fantastico prodotto di antico artigianato. Veramente una grande emozione, altro che click click a una poveretta.

    Tutto chiaro?

    Domande? Me la faccio io da solo una domanda: “Ma se non ho mai preso in mano una macchina fotografica a pellicola posso venire? Non sarà complicato?” Risposta: “Io voglio proprio quelli che non hanno mai preso in mano una macchina fotografica con la pellicola!!! Non c’è assolutamente nulla di (tecnicamente) complicato. Vorrei proprio persone che, grazie alla lentezza e predisposizione alla meditazione dell’analogico, vogliono scoprire una maniera lenta e meditata di fotografare”

    Ecco, questo quanto.

    Tutte le informazioni le trovate QUI

    Vi lascio con tre immagini tratte dallo scorso Workshop. Metto una foto dei ragazzi in camera oscura con Giancarlo, poi ancora il Maestro che ritocca e infine un allievo, Corrado, che mostra, giustamente orgoglioso, la sua stampa. Tra l’altro mi piacerebbe se lo stesso Corrado, nel caso leggesse queste righe e avesse voglia, scrivesse un commento e il suo punto di vista si questa esperienza: non cerco elogi e complimenti (caso mai ce ne fossero…) ma forse può essere utile avere un parere di chi ha preso parte a un mio WS di questo tipo, parere che sicuramente sarà più obiettivo del mio… ;-)

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    3 ottobre 2016

    LETTERA APERTA AL SINDACO DI IMPERIA

    01_1

    02_1

    PS: un’immagine ci vuole sempre. metto la seguente, presa da una webcam posizionata su Imperia. il tempo, oggi 3 ottobre 2016, era così:

    cam_1

    PS_02: non sono riuscito a trovare neanche UNA webcam che facesse vedere da vicino le spiagge e il mare di Imperia. “ultima e unica possibilità per salvarci dal baratro”

    PS_03: se qualcuno volesse stampare e diffondere questa mia lettera aperta è scaricabile qui

    2 Commenti »

    29 settembre 2016

    COSA NON FOTOGRAFARE

    È noto, tutti fotografano. Benissimo.

    Io ho la mania delle checklist, perché mi danno l’illusione di fornire una soluzione (semplice) a problemi (complessi).

    Ho fatto allora una lista, per chi magari sta incominciando a fotografare, delle cose da NON fotografare. Non che sia proprio vietato, ma dato che rappresentano dei super stereotipi rendono difficilissimo portare a casa un valido risultato: sono una specie di grande tranello, dando l’illusione di essere ambiti facilissimi mentre sono difficilissimi. Voglio dire: se mi chiedessero di fotografare Venezia non ci dormirei la notte nell’incubo di come risolvere, in maniera originale e valida, il problema. Mentre invece sappiamo bene che migliaia di persone la fotografano quotidianamente, sicure di realizzare qualcosa di originale e valido.

    Allora, eccoci qui, questo l’elenco delle cose da non fotografare MAI:

    -città riflessa nelle pozzanghere

    -luoghi abbandonati 

    -gattini

    -tramonti (albe sì, tramonti no)

    -bambini neri

    -maschere veneziane 

    -mare, fiumi e cascate con acqua effetto mosso setoso

    -vecchietti che camminano da dietro in bianco e nero

    -tipe a letto alla pecorina con le mutande abbassate

    -sè stessi allo specchio con la macchina fotografica in mano

    -mendicanti 

    -qualsiasi palazzo fotografato con il grandangolare e le linee cadenti storte

    -gabbiani

    -Venezia 

    -musicisti che suonano e cantano in concerto 

    -vecchi sdentati del terzo mondo che ridono. ma anche che non ridono. 

    -manichini nudi

    -artisti di strada

    -filari di alberi

    -girasoli

    -cuccioli di qualsiasi tipo e razza

    -tipa che finge di avere un orgasmo (fingono sempre)

    -tipa con tanti tatuaggi 

    -tipa con tanti tatuaggi che finge di avere un orgasmo figuriamoci 

    -tipa vicino a una finestra

    -tipa con tanti tatuaggi che finge di avere un orgasmo fotografata vicino a una finestra ciao proprio 

    -tipa con i tacchi a spillo a letto

    -tipa con le lentiggini siamo lì per aver rotto il cazzo pure lei

    -sposi con il grandangolare dal basso

    -cibo

    -ballerini

    -macro fotografia di qualsiasi cosa 

    PS: ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. non è una frase fatta. è probabile che alcuni di voi leggendo questo mio post penseranno: “‘sto stronzo di benedusi, quando ha scritto pensava a me!”. no, ti do questa notizia, questo post non è riferito a te! il fatto è che il 99% delle fotografie inutili che sono in giro si possono riferire all’elenco qui sopra, e quindi è altamente probabile che tu ti senta coinvolto!

    PS_02: tu pensi che io voglia far sempre casino in maniera tale che la gente parli di me? è vero!

    PS_03: è sbagliato essere negativi e dire sempre ciò che NON va. bisogna anche essere positivi, propositivi e vedere le cose belle che ci sono. qui tre fotografi che fanno cose belle, molto diverse tra loro, ma che a me piacciono molto

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    VALERIO SPADA

     

    pieter-hugo-cover1

     

    PIETER HUGO

     

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    DESIREE DOIRON

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    27 settembre 2016

    STEFANO MORTARI ADV

    Quando vengo definito “fotografo di moda” vivo questa definizione con un certo imbarazzo. Per un semplice motivo: non mi sento tale. Ho fatto e faccio tantissima fotografia di moda, ma per essere veramente un fotografo di moda penso si debbano avere delle caratteristiche, delle passioni e delle conoscenze che a me sono in gran parte estranee.

    Mi interessa poco la moda e ancora meno mi interessano i meccanismi (vedi ad esempio il tema del consenso, o quello del conformismo) che sono alla sua base. Ma mi interessa moltissimo la storia del costume, con le sue letture e variabili. Ad esempio un tema verso il quale amerei porre la mia attenzione di fotografo è quello delle uniformi: un punto di vista interessantissimo e privilegiato per raccontare la storia dell’umanità e le sue evoluzioni.

    Per chi desiderasse approfondire questi argomenti al di là dei “COOL!!! ADORO!!! TOOOOOP!!!” consiglio di leggere un testo fondamentale: LE OSCILLAZIONI DEL GUSTO, del grande Gillo Dorfles. Forse dovrei rileggerlo pure io, perché l’ho letto 30 anni fa…

    Comunque, la Fotografia di Moda dicevamo. Una cosa complicata. Che NON è, ovviamente, fotografare un vestito su una modella. E’ qualcosa di MOLTO più complesso e articolato. Quando viene chiesto a me di occuparmene, per cataloghi o redazionali, ammetto che il mio approccio è spesso orientato a uno sviluppo progettuale dove la moda non è al primo posto: proprio per questo mi è difficile definirmi fotografo di moda.

    Diciamo che mi piace usare l’abbigliamento per raccontare altre storie, che attraverso esso riescono ad essere raccontate (e comunque, badate bene, assolutamente sempre in maniera coerente con la moda che fotografo, ovviamente).

    Mi sto incartando nei ragionamenti? Mi seguite?

    Ok, semplifico molto: quando fotografo la moda cerco di raccontare delle storie che l’aderenza coerente dei vestiti che fotografo mi suggerisce di raccontare. Chiaro? No forse no. Facciamo una cosa, abbandoniamo tutto ‘sto inutile preambolo e veniamo al lavoro realizzato per lo stilista Stefano Mortari.

    Mi piace molto Stefano, non solo perché è una bella persona con una bella energia, ma anche perché ha un approccio alla moda forse un po’ simile al mio, dove si bada alla qualità progettuale e stilistica, ad di là dei vari “COOL!!!! ADORO!!! TOOOOP!!! ” Penso di non sbagliare definendo quello che fa (che è veramente bellissimo, a scanso di equivoci) come fantasia e creatività portata nella realtà e concretezza.

    Quando quindi mi ha chiesto di fotografare la sua nuova collezione ho pensato di fare una cosa: fotografare tutti i capi due volte (idee cretine che mi vengono: lavoro raddoppiato!), la prima volta a colori e con il flash, chiedendo alla modella di posare da modella e fare la modella la seconda volta in bianco e nero cercando di farle un ritratto, il più vero e naturale possibile. Insomma, da un lato il personaggio, dall’altro la persona.

    Da un lato il colore (la realtà) dall’altro lato il bianco e nero (la verità).

    Questo il risultato:

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    Un dettaglio dal backstage. Magari uno si immagina chissà quali diavolerie, su un mio set. Però io ho sempre un’idea molto precisa in testa, che non mi interessa come viene ottenuta. Bado sempre di più al risultato, rispetto a come quel risultato viene ottenuto. Mi interessa il cosa, piuttosto che il come. 

    Questo è il fondale per i ritratti in bianco e nero, illuminati solo da una finestra:

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    Collezione spring summer 2017 Stefano Mortari

    Hair Daniele Falzone per Battaglia

    Make-up Rocco Santamorena per Battaglia

    Stylist Gianna Greco assistita da Stella Romoli

    Models Nathalie Nyrèn e Vilma  Hellström @Next Models 

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    19 settembre 2016

    REFETTORIO AMBROSIANO PER IL CORRIERE DELLA SERA

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    Storia di Ferragosto per il Corriere.

    Questa volta abbiamo voluto porre la nostra attenzione sui giovani volontari che anche durante le vacanze preferiscono aiutare gli altri piuttosto che divertirsi a Formentera: che poi bisogna vedere cosa è più divertente, se cazzeggiare a Formentera o dare una mano ai bisognosi a Milano. Ma questo è un’altro discorso.

    Per il giornale, oltre alle foto, ho scritto questo pezzo:

    “Questo spazio è educazione alla dignità e alla bellezza” mi dice, con il sorriso sulle labbra, Giulia, venticinque anni, di Verbania. La Bellezza è sicuramente quella che emerge dai loro occhi, svegli, intelligenti, attenti; la Dignità è quella che queste ragazze e questi ragazzi offrono e riconoscono a quelle persone che vengono qua, alla ricerca non semplicemente di un pasto caldo, ma anche di Amore.

    Per questo Ferragosto ci troviamo al Refettorio Ambrosiano, struttura di accoglienza creata dalla Caritas Ambrosiana che ogni giorno fornisce il pasto a 100 persone, senza chiedere loro da dove vengono, di che religione sono e perché si ritrovano in una situazione di disagio: ma chiedendo molto di più, e cioè la volontà di entrare in un percorso di recupero dove il fine ultimo è quello di ridare la possibilità di ristrutturare la propria vita, in una prospettiva solida e concreta.

    Ad aiutare gli operatori della Caritas quest’estate ci sono dei giovani che fanno parte dei “Cantieri della Solidarietà”, campi estivi che permettono di fare un’esperienza di volontariato, non solo in Italia ma in tutto il mondo: una maniera meravigliosa di provare sulla propria pelle cosa voglia dire aiutare il prossimo.

    La prima a farsi fare il ritratto è Valeria, ventinove anni di Sassari. E’ venuta apposta per questa esperienza dalla Sardegna e trova che, per l’arricchimento che le procura, ciò che sta vivendo sia meraviglioso.

    Dopo di lei è il turno di Ilaria, ventiquattro anni di Lodi. Dopo la laurea in lingue decide di fare un anno di Servizio Civile Nazionale, grazie al quale viene a conoscenza dei Cantieri della Solidarietà. Quello che cercava e che più apprezza di questa esperienza è la possibilità di conoscere e incontrare persone troppo spesso nell’ombra.

    Giorgia ha trenta anni e sta facendo il percorso per diventare suora: pur essendo di Verona adesso risiede a Perugia presso le “Francescane Missionarie di Gesù Bambino”. E’ qui perché vuole concretizzare la sua Fede aiutando chi ha bisogno, secondo la più pura tradizione Francescana; ma il suo credo religioso non le impedisce (anzi, la invoglia!) a scoprire e conoscere altre fedi, altre realtà, altre culture.

    Giulia, l’abbiamo già nominata, ha venticinque anni ed è di Verbania: sottolinea di come il sedersi intorno a un tavolo per mangiare (lo sappiamo bene, esperienza fondamentale nella cultura italiana) qui diventi pura convivialità e quindi un vero e proprio progetto socializzante. Insomma al Refettorio non semplicemente si consuma un pasto, ma si impara a stare insieme.

    Mancano i due maschi! Stefano ha trent’anni ed è di Bareggio. Laureato in Scienze Politiche ha deciso di fare questa esperienza di volontariato per provare a rendere concreti i propri ideali. Da lombardo gli piace vedere un lato di Milano che rimane spesso nell’ombra.

    Concludiamo con Daniele, ventinove anni di Bareggio. Dopo la laurea in Farmacia anche lui, come Ilaria e Valeria, decide di fare un anno sabatico aderendo al Servizio Civile Volontario: adesso è a Milano con il desiderio di restituire tutto ciò che la vita fino ad ora gli ha donato.

    Ecco, questi sono le quattro ragazze e i due ragazzi che hanno deciso di non fare una normale vacanza al mare, ma di aiutare il prossimo: probabilmente la migliore di tutte le vacanze possibili.

    Pur essendo tutti molto diversi infatti su una cosa sono tutti assolutamente d’accordo, sul preferire di gran lunga essere qui piuttosto che su una spiaggia con il mare cristallino davanti.

    Perché queste sei persone che anche oggi, il giorno di Ferragosto, saranno al lavoro in piazza Greco a Milano, stanno facendo una rivoluzione che tanti giovani volontari in tutto il mondo fanno: la rivoluzione di aiutare gli altri con un sorriso sulle labbra.”

    E’ successo poi che poche ore prima della stampa la redazione mi chiedesse ancora qualche riga più personale. Ho scritto allora (con il telefonino!) questo altro testo:

    “Per questa edizione dell’appuntamento con il mio racconto di Ferragosto abbiamo voluto rivolgere lo sguardo verso una categoria spesso bistrattata, misteriosa, vituperata e sicuramente mal conosciuta da chi non appartiene più ad essa: la categoria dei giovani. 

    Non è stato difficile trovare delle ragazze e dei ragazzi che andassero a smentire questi preconcetti. È stato più difficile riuscire a convincere queste sei bellissime persone a dedicarmi quindici minuti del loro tempo, che è interamente dedicato ad aiutare i bisognosi del Refettorio Ambrosiano. 

    Li ho fotografati cercando di usare per tutti lo stesso format, la stessa inquadratura; per far capire che sono un gruppo, tutti diversi ma tutti parte dello stesso organismo. 

    E poi gli ho solo chiesto di regalarmi il loro sorriso, lo stesso che regalano a tutti coloro che ne hanno bisogno. 

    È stato bellissimo.”

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    Daniele

    Daniele

    Giorgia

    Giorgia

    Giulia

    Giulia

    Ilaria

    Ilaria

    Stefano

    Stefano

    Valeria

    Valeria

     

    PS: mi hanno mandato degli screen shoot di uno dei soliti imbecilli di Facebook che criticava anche questo mio lavoro. Uno di quelli ai quali non va bene nulla. Peccato non abbia la stessa veemenza critica verso se stesso: non sarebbe mal riposta. Comunque: è probabilmente vero che la beneficenza e il volontariato si debbano fare in silenzio e riservatezza, ma è anche vero che io, da giornalista (tessera 91389 dell’ordine dei giornalisti della Lombardia) ho il dovere, etico e morale, di raccontare le cose meritorie che succedono al mondo. Questa storia non merita forse di essere raccontata? Non è giusto che questa meravigliosa realtà venga messa in luce? Non è possibile che questo possa portare a una auspicabile emulazione? 

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    15 settembre 2016

    BEBE VIO ROCKSTAR

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    Arriviamo a Pisa, io e Claudio Arrigoni (il giornalista di Sportweek specialista in discipline paralimpiche), in una torrida giornata di luglio: veramente caldissimo.

    Incontriamo subito Beatrice Bebe Vio, che si sta allenando con Emanuele Labertini in una palestra ancora più calda, ancora più torrida, ovviamente senza aria condizionata. Nel fioretto, la disciplina olimpica di Bebe, ci si veste molto, noi siamo, ovviamente, leggerissimi, mentre invece loro hanno tute, copri tute e protezioni varie: quando incomincio a fotografarla è già madida di sudore.

    Non si lamenta, anzi. Si mette a disposizione con una generosità che mi imbarazza e responsabilizza: mi rendo conto che potrei chiederle qualsiasi cosa. Proprio per questo non le chiedo nulla, o quasi nulla: voglio solo guardare la sua arte, fotografare il suo carisma.

    Finisce l’allenamento, si spoglia per indossare gli abiti normali e indossare le protesi che le permettono di camminare e usare le “mani”. Le chiedo se posso continuare a fotografarla e di fermarmi quando non vuole più sentire più la mia macchina fotografica che scatta: mi risponde che non ci sono problemi, di fotografare tutto ciò che voglio.

    Poi andiamo al mare, con tutto il gruppo, a mangiare gli spaghetti sulla spiaggia.

    E’ allegra, positiva, fantastica.

    Le faccio una domanda cretina “sei fidanzata?” lei invece di mandarmi a cagare sorridendo mi risponde “me lo chiedono tutti!”.

    Quando poi, qualche giorno dopo, rientro a Milano e comincio a scegliere e a ritoccare le fotografie mi succede una cosa particolare, che non mi è successa spesso. Tutti conosciamo bene le potenzialità di un ritocco potente. Anche chi non fa il fotografo di professione oramai conosce perfettamente come una fotografia può migliorare: se adesso fate una fotografia qualsiasi con il vostro telefonino e la pastrugnate per bene con i filtri di Instagram vedrete che quella banalissima fotografia diventerà, come per magia, bella. E’ quello che si fa normalmente in fotografia: migliorare il reale, come se non fosse già abbastanza bello. Ho cominciato quindi a farlo anche con le fotografie di Bebe. Ma qualcosa non funzionava. Era sempre troppo. E allora ho incominciato a togliere. E togliere. E togliere. Fino a quando ho capito che non c’era proprio nulla da fare, nulla da migliorare. Le fotografie di Bebe erano perfette così, e certo non per merito mio.

    Cosa altro dire, nulla, non c’è nulla da aggiungere. Se non guardare il momento in cui Beatrice Bebe Vio vince la medaglia d’oro alle paralimpiadi di fioretto:

     

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    22 luglio 2016

    DANIELA

    E’ vero, sto scrivendo poco qui, sul mio blog. Questo posto è un po’ come un vecchio signore (ha ben 13 anni! e voi sapete che nei blog c’è la stessa regola dei cani: ogni anno sono 7. quindi il mio blog ha ben 91 anni!!! ben portati, dai, perché è stato sempre ben in movimento…) e come tale va trattato con calma e attenzione, cercando di non fargli fare troppi sforzi. Soprattutto inutili. In effetti negli ultimi tempi il ruolo del diario quotidiano è stato sostituito, per quello che mi riguarda, da Facebook. Ma per le cose veramente importanti mi piace tornare qui, il mio vero luogo. Tra l’altro sto preparando un racconto dettagliato e completo su #settimiodecompostela, la camminata da Imperia a Milano.

    Ma torniamo a noi, e all’oggi.

    Allora: più vado avanti e più (veramente!) non so cosa sia la Fotografia. Cosa voglia dire fotografare. Cosa voglia dire fare il Fotografo. Non lo so. Click click con degli oggetti di ferro e vetro, prima con la pellicola, adesso con dei sensori digitali. Riproducendo la realtà. O l’idea che se ne ha. Boh! Chi lo sa. Copiamo o inventiamo? Non lo so. Più vado avanti e più è tutto confuso. Veramente non lo so. Più conosco e frequento la Fotografia meno la conosco e la capisco.

    Però forse una (peraltro debole) certezza ce l’ho: la Fotografia serve per entrare in relazione con un altro, fuori da me, attraverso me. Oppure entrare in relazione con me attraverso un altro, fuori da me. Ecco vedete, già di nuovo confusione. Diciamo una cosa, per semplificare, Fotografare vuol dire attivare una Relazione. Ecco, questo mi sembra abbia senso. Relazione con le persone, con i luoghi, con tutto.

    Questa mattina ho attivato una relazione molto forte, molto vera e molto intima con una persona, Daniela. L’ho vista alla Stazione Centrale di Milano e fin da subito mi ha molto incuriosito. Moltissimo. La vedevo in sbattimento per non so quali ragioni, con le due figlie dietro che non la perdevano d’occhio un attimo. E non si capiva se fossero le figlie ad aver cura della madre o il contrario.

    Le ho seguite e ho attaccato discorso. In questi casi mi viene facile. #parloconchiunquediqualsiasicosa

    Ho scoperto che lei si chiama Daniela e i figli, un maschio (!) e una femmina Davide e Isabella. Daniela è laureata in Fisica teorica a Genova e lavora all’università di Stanford (esatto, quella del celeberrimo discorso di Steve Jobs) dove fa la “negra” (forse meglio dire ghost-writer) su un argomento molto specifico e ovviamene a me molto misterioso, le “non località”: da quello che ho capito quelle zone che non sono visibili e studiabili ma lo sono attraverso le zone a loro vicine e da loro influenzate (l’esempio più pertinente, mi diceva Daniela, i buchi neri). Daniela e i suoi due figli erano di ritorno da Ancona dove erano andate (maschile, femminile, faccio un po’ di casino…) per visitare il Museo Tattile. I figli non vanno a scuola, ma studiano a casa. Lei dice che è una cosa legale, basta dare gli esami. Vivono a Albenga, quando non sono in giro per il mondo per il lavoro della mamma. Daniela è di origini ebree sefardite. Ci sarebbe anche un padre (fisico anche lui), di cui però, mi pare, si sono perse le tracce. Isabella e Davide sono molto uniti, sembrano gemelli: mangiano sempre cibo identico, affinché se qualcosa fa male a uno l’altro prova le stesse cose. Davide (13 anni) sta leggendo “La freccia del tempo”. Isabella (16 anni) sta leggendo “Cosa rende felice il tuo cervello”. Anche i figli vorrebbero studiare Fisica da grandi.

    Una famiglia veramente molto particolare, che emanava intelligenza e originalità da tutti i pori. Tutte e tre molto intelligenti e emozionali, in una maniera quasi irreale: li avrò immaginati o veramente incontrati?

    Ecco, qui arriva la Fotografia. Che è il motivo che mi ha spinto a parlare per quasi due ore con Daniela e i suoi figli.

    Attivare attraverso la Fotografia una relazione.

    E così è successo.

    Prima li ho fotografati tutti e tre.

    Poi solo Daniela quando ha visto la fotografia che ho fatto a loro tre e il breve testo che ho scritto.

    Ecco, forse la Fotografia serve a questo.

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