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  • 14 novembre 2018

    IL VENTO DELLA VITA

    Quando Marcella Roggero, dell’Assonautica di Imperia, ha chiamato per propormi di dare un contributo alla Vele d’Epoca  mi è venuta immediatamente una voglia, un’esigenza, una necessità: fotografare tutti i bambini delle scuole Elementari della mia città d’origine. Non so bene perché; cioè le motivazioni logiche e progettuali ovviamente c’erano e ci sono, ma questa immediata urgenza mi è un po’ misteriosa. Diciamo che volevo fare una specie di censimento dell’Imperia del presente con l’ambizione di raccontare il futuro che verrà.

    Marcella non mi ha preso per matto (lì per lì quale potesse essere l’attinenza tra i bambini e le barche a vela poteva essere misterioso) ma anzi ha risposto OK!

    Così a fine maggio, 4 mesi prima della prestigiosa manifestazione, siamo partiti e ci siamo installati per un po’ di giorni nelle scuole Elementari di Largo Ghiglia e Piazza Calvi (tutte non era veramente possibile).

    In quei giorni era il mio compleanno e mi hanno accolto con questo!

    Successivamente, il primo agosto, in una torrida giornata di calma piatta siamo tornati ad Imperia a fotografare il meraviglioso sloop Emilia, che “veleggiava” di fronte a Porto Maurizio:

    Perché a quel punto l’idea era arrivata: comporre la barca a vela con i visi delle bambine e dei bambini.

    Questo il risultato. (cliccando e ingrandendo magare vi trovate!)

    Nella mia testa è una fotografia molto ambiziosa: mostra il passato e il futuro contemporaneamente. Se vista da lontano si vede il passato (l’Emilia) se ci si avvicina si vede il futuro (i bambini dell’Imperia che sarà). Lo spettatore diventa pare attiva: muovendosi ci si sposta non solo nello spazio ma anche nel tempo! 🙂

    Finalmente è arrivato il giorno, con la grande stampa affissa proprio sulla banchina, davanti alle barche a vela.

    L’inaugurazione è stata meravigliosa, con tutti le bambine e i bambini che si cercavano nella grande stampa!

    Queste le belle immagini dell’inaugurazione di Roberta Roccati e Francesco Rastrelli dell’agenzia Blue Passion:

    Ci è venuto a trovare il buon Matteo Curti che ha voluto così poi ricordare il week-end imperiese.

    GRAZIE veramente a tutti, non riesco ad elencare ognuno perché sicuramente ometterei qualcuno.

    GRAZIE!

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    17 settembre 2018

    RITRATTI AL MERCATO o anche CHIVUOLEINTENDEREINTENDA

    Questo è il testo che ho scritto per il supplemento del Corriere della Sera Liberi Tutti sulla mia esperienza al Mercato Europeo di Modena:

    “La prima a presentarsi nella tenda a righe bianche e rosse che ho allestito nel Mercato Europeo di Modena (tra Ciccio Speck e la focacceria genovese) è stata Serena, insieme alla figlia Alice. Erano lì per il mio progetto di portare il Ritratto Fotografico nel luogo più democratico, popolare e meno elitario del mondo: un mercato. Penso infatti che il racconto iconografico del volto umano sia stato per centinaia di anni consuetudine solo ed unicamente di coloro che potevano permettersi il compenso di un pittore. Nei primi dell’800 nasce la Fotografia e a tutti è concesso il prezioso privilegio di avere un’immagine di sé: chiunque di noi a casa ha una foto dei nonni, realizzata dal fotografo del paese. Nel nostro tempo quel fotografo non esiste più, tutti si fanno da soli le fotografie con il telefonino, e nessuno stampa più nulla. Il telefono cellulare però è un computer e come tutti i computer prima o poi si rompe, destinando all’oblio tutti i file digitali in esso custoditi. Succederà una cosa, inevitabilmente: noi abbiamo a casa le stampe dei nostri nonni ma i nostri figli non avranno le nostre. Un po’ triste, no? 

    Ho pensato allora di andare in mezzo alla gente (nel posto pubblico probabilmente più vicino alle persone, il mercato) per far capire l’importanza del ritratto fotografico stampato su carta: un’importanza etica, culturale, sociale e morale, infinita.

    Eccomi quindi al Mercato di Modena, e per prime sono arrivate Serena ed Alice. Non poteva essere un inizio più complicato e più meraviglioso: Alice è disabile. Un bel gesto quello della mamma: portarla a fare un ritratto fotografico, non negando la realtà ma anzi accettandola nella sua preziosa essenza. Alice infatti è fantastica, dolcissima, bellissima. Ho i brividi a scrivere queste parole e a rivivere quei momenti.

    Prima faccio il ritratto alla mamma, così la piccola si può ambientare in questo mio strano studio fotografico: non è difficile, così simile ad un circo come io l’ho immaginato e come il grande Guido Toschi l’ha realizzato.

    Poi è il loro turno, mamma e figlia, Serena ed Alice. Si divertono, ridono. Mi diverto e rido anche io, in piena empatia. Poi velocemente mando in stampa la foto scelta.

    Appena pronta la porto subito ad Alice, voglio che sia la prima a vederla.

    Ride e urla stupita “Sono io!!!”.

    Che meraviglia. La fotografia in tempi di cellulari e file inconsistenti può ancora avere un valore, un vero grande valore.

    Ci commuoviamo tutti, tutti con le lacrime agli occhi.

    Grazie Serena, grazie Alice: la mia avventura non poteva iniziare in modo migliore.”

    ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||

    In verità è spiegato tutto bene, mi sembra, nel testo scritto per il Corriere, ma partiamo dall’inizio.

    Per tanti anni ho fatto il fotografo fotografando, per riviste e pubblicità, modelle/i, con tutto l’ambaradan che ad esse/i gira intorno: truccatori, parrucchieri, stylist e quant’altro. Tutta quella roba mi ha stufato. Per varie ragioni. Una delle ragioni è che le cose, nel mondo dell’editoria e della comunicazione sono MOLTO cambiate. Quel molto in verità poi contiene solo una parolina: soldi. Non c’è più una lira, figuriamoci un euro. D’altronde, tu che mi stai leggendo, oggi sei entrato in un’edicola e hai comprato un giornale qualsiasi? No, eh? Nell’ultima settimana? Nell’ultimo mese? No?!? E allora come puoi sperare che l’editoria possa funzionare se nessuno la alimenta? Succede quindi che prima mi mandavano in Business Class alle Maldive adesso in pulmino a Rosignano Solvay: anche no.

    E poi le modelle. Una volta avevano la qualità che una modella deve avere: erano fighe. E’ vero, una modella deve anche essere brava, ma la sua bellezza è la conditio sine qua non! Adesso le nuove modelle sono le influencer, quelle con tanti followers sui social. Ma lo sapete che nei casting adesso nelle schede da compilare da parte della modella con altezza e misura dei fianchi c’è anche il numero dei followers che la ragazza possiede? E lo sapete un cliente medio (preso dal panico di non poter più pubblicizzare i suoi prodotti su riviste che nessuno compra) tra una modella super mega figona con 10 followers e un mezzo cesso con 10 milioni di followers chi sceglie? Lo sapete vero? Tanto c’è Photoshop…

    Quindi succede che uno passa da fotografare vere modelle alla Maldive andandoci in Business Class a fotografare modelle farlocche (da anziano vi farò vedere qualche foto backstage esilarante) a Rosignano Solvay in pulmino. No, anche no.

    Che poi, in verità, la questione non è neanche quella. Veramente. Non me ne frega niente delle modelle super figone alle Maldive. Ovviamente non me ne frega niente adesso, dopo aver fotografato le modelle super figone alle Maldive: è una di quelle cose che si possono non tanto giudicare ma osservare con obiettività solo dopo averle vissute. Che un panino con il salame sia meglio del sushi lo si può dire solo dopo aver assaggiato il miglior sushi del mondo, prima no.

    La questione è un’altra. Perché non vorrei passare per uno di quelli che “una volta era meglio”. Assolutamente no. Il presente e soprattutto il futuro io penso siano sempre inevitabilmente meglio del passato: altrimenti saremmo ancora nelle caverne a riscaldarci con il fuoco.

    La questione è che tutta quella finzione mi ha stufato. Non sopporto più che una Modella (modello di cosa non si sa…) venga presa, vestita, truccata, pettinata, photoshoppata per far finta di fare una certa cosa, che non ha la più vaga attinenza con la realtà. No, quella cosa lì proprio non la sopporto. Un dettaglio, penso paradigmatico: non sopporto nella maniera più assoluta le sessioni di trucco e parrucco. Nella vita vera, reale, quotidiana io non sopporto le donne truccate. Mi fanno orrore. E perché mai dovrei approvarle in un servizio fotografico? Perché?!? E mi fanno una certa tenerezza (mista a pena, sì) tutti quelli che imitano i fotografi importanti, dei quali hanno visto i backstage, e sottopongono le “modelle” con le quali “lavorano” (tutto un trionfo di virgolette!) a sedute di “trucco e parrucco”. Attenzione! Io ho lavorato con Modelle, Truccatori, Parrucchieri, Stylist di enorme cultura e sapienza: ho massimo rispetto per chi fa quei lavori ad alto livello. Ma il sottobosco anche no.

    Quindi: tutta quella finzione mi ha stufato. Mi annoia. Non mi permette più di raccontare le cose che ho raccontato per tanti anni. E poi penso che si debba cambiare, cercando di trovare ciò che ci corrisponda in maniera sempre più precisa: è un percorso, con i suoi sbagli, i suoi errori. Ma cercando di avere sempre ben chiara la meta: migliorarsi. Bisogna muoversi, mai stare fermi.

    In questo percorso ad un certo punto ho fatto la Camminata Imperia-Milano. Incredibile a dirsi ma non ho (ancora!) fatto un post qui sul mio blog su quell’esperienza. Troppo grossa e importante per me. Fate conto che la settimana scorsa siamo stati, in 3, alla Locanda dell’Olmo di Bosco Marengo e (due anni dopo essere stato lì e aver scambiato la mia permanenza in cambio di un ritratto) non mi hanno fatto pagare la (meravigliosa!) cena. Incredibile. Incredibile veramente! Prima o poi mi deciderò a fare un bel post.

    La Camminata è stata una tappa importante. Da lì sono nate tante cose. Una delle più belle è accaduta nel dicembre del 2017. Questa. Esperienza pazzesca anche quella.

    E avendo scoperto che la Fotografia può regalare queste incredibili emozioni posso io continuare a fotografare le modelle in posa dopo trucco e parrucco? No, dai!

    Ho pensato allora che se volevo portare la Fotografia dall’elite delle “super modelle testimonial famose famosissime” alle persone vere, autentiche, reali, forse la cosa migliore poteva essere andare nel luogo più vero, autentico e reale che io conosca: il Mercato. Io adoro i mercati! Belìn quanto mi piacciono! Nei mercati c’è la qualità al miglior prezzo, al mercato c’è tantissima gente, il mercato funziona benissimo senza Instagram e pagina Facebook. Che bello il Mercato!

    Ed eccomi al Mercato Europeo di Modena: tre giorni tra la Focacceria Genovese, Ciccio Speck e il venditore di reperti egiziani.

    E’ stato bellissimo e stancantissimo. Forse è stata la prima volta in vita mia che ho veramente lavorato. Che andrebbe spiegata bene questa cosa. Perché non è che prima io non abbia mai faticato, anzi. Ma al mercato è stato diverso. Ero ambulante in mezzo agli ambulanti. Lavoratore in mezzo ai lavoratori. Nessuna elite. Nessun piedistallo. Ero il fotografo al quale dare del denaro in cambio di un bel ritratto. Difficile da spiegare. Ma incredibilmente autentico.

    Mi sono fatto fare una bella tenda da circo da Guido Toschi. Ho noleggiato i vestiti dalla Sartoria Lo Bosco. E siamo partiti!

    E’ stato meraviglioso.

    L’ho detto in una diretta che ho fatto tornando da Modena: Fotografi, copiatemi! Fatelo! Io ho fatto tutto questo perché ho il sogno che ritorni il piacere (e il privilegio) di andare a farsi fare un ritratto da un professionista e tornare a casa con un oggetto in mano: una Stampa Fotografica. Credetemi, il mondo ha voglia e bisogno di questa cosa. COPIATEMI! (magari mettendo come hashtag #almercatocomebenedusi)

    Adesso un po’ di immagini.

    Cominciamo con Alice, di cui parlo nel pezzo del Corriere, con la sua fantastica mamma Serena:

    Il backstage del ritratto ad Alice:

    Il video di quando faccio vedere il ritratto ad Alice. Alzate il volume. Provate a non commuovervi.

    Marina, proprietaria dell’ottimo ARCHER

    Il numerino tipo Esselunga.

    Anche Toni è venuto a dare manforte! Qui, mai pago, fotografa con iPhone e Leica Q:

    Mi fanno molto tenerezza loro, madre e figlio:

    Questi siamo io e la mia assistente Francesca:

    Debbo dire che avevamo sempre una bella coda. Il tempo di attesa per andare via con la stampa era di circa tre ore:

    |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||

    Per concludere vorrei dire che in un mondo che mi pare sempre più non solo virtuale ma totalmente finto (finti fotografi che fanno finti servizi fotografici con finte modelle, finti truccatori, finti parrucchieri e finti stylist per finti giornali on line o al massino per profili Instagram con followers finti: il tutto ovviamente per soldi fintissimi…) io ho estremamente voglia di concretezza.

    Mi sento completamente controcorrente: tutti vogliono salire per raggiungere qualcosa che non c’è più, mentre io voglio scendere per trovare quello che ancora esiste.

    Ecco, direi sia proprio tutto.

    GRAZIE A TUTTI.

    Io continuo così.

    Da grande voglio fare il mago!

    Grazie a CLP Relazioni Pubbliche!

    Grazie a HP STAMPANTI!

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    27 agosto 2018

    CORRIERE FERRAGOSTO

    Come ogni anno dal 2010 il Corriere mi dà una pagina per raccontare Milano. Quest’anno ho pensato di fare una cosa un po’ particolare, una sorta di performance: sono stato accampato per 24 ore in centro, vicino a piazza del Duomo.
    Questa la pagina:

    Questo il mio testo che accompagnava le immagini:

    24 ORE DI MILANO

    Corriere della Sera

    Agosto 2018

    I riferimenti, in effetti, sono vari. Due su tutti: il film Smoke del 1995 e niente di meno che il lavoro di Monet sulla cattedrale di Rouen. La serialità; un approccio molto progettuale rispetto a uno più estetico o emozionale. Così è nato questo progetto per il Corriere di agosto. Sono stato per 24 ore in via dei Mercanti con la mia Leica su un cavalletto, con l’obiettivo rivolto verso il palazzo dei Giureconsulti e il Duomo. Volevo uno scorcio che dichiarasse in maniera evidente che ero a Milano senza scadere nella cartolina stereotipata, senza avere nell’inquadratura bar, banche o ristoranti ma una strada pedonale con passaggio di gente. Ho chiesto i regolari permessi al Comune e ho fatto diventare quei pochi metri quadrati la mia casa, il mio studio: lì ho mangiato, dormito e incontrato amici e passanti. Ma soprattutto ho fotografato: una fotografia ogni ora, per 24 ore. Qui ne mostriamo la metà, quelle realizzate ogni due ore. A parte i blasonati riferimenti perché ho pensato di lanciarmi in questa (piccola!) avventura? Sostanzialmente per due motivi. Il primo era il desiderio di porre il mio sguardo (statico, sempre il medesimo) su uno spazio metropolitano e andare a verificare come sarebbe cambiato con tutte le variabili possibili di un’intera giornata. La quantità di persone, la luce, l’ombra, il sole, la notte: come avrebbero tutte queste componenti modificato non tanto il luogo in sé ma la nostra percezione? L’unica maniera era andare lì e provare, come in un esperimento scientifico. La seconda motivazione era quella di fare un’esperienza, diversa dalla quotidianità. Sono convinto sia questa la maniera migliore per vedere e analizzare la realtà in un modo nuovo, originale e sorprendente: la conseguenza sarà inevitabilmente una Fotografia diversa rispetto a quella fatta (almeno da me!) fino a quel momento.

    Posso permettermi di darvi un consiglio, lettori del Corriere della Sera? In questi giorni di vacanza tutti siamo probabilmente più tranquilli, lontani dalle pressioni dei mesi frenetici e lavorativi. Fate un esperimento: sedetevi su una sedia volgendo lo sguardo su un panorama, e non muovetevi da lì per più tempo possibile, ore o magari anche un giorno intero. Vedrete, sarà il viaggio migliore che possiate fare.

    Sul Corriere abbiamo deciso di mettere metà delle immagini realizzate, ma qui eccole tutte e 24:

    Sul sito del Corriere c’era anche un piccolo video:

    Un po’ di foto backstage di Luca Peruzzi:

    E fin qui ci siamo. Manca però, secondo me, la parte più interessante. Un qualcosa che la macchina fotografica ha scoperto (come il film Blow Up!) ad di là del mio volere e della mia progettualità. Trovo incredibilmente significativo quello che è successo. Il fatto che, come io penso sempre di più, si debba mettersi in gioco, rischiare, abbandonare il porto sicuro: qualche nuova terra inevitabilmente si scoprirà. Così è successo anche a me, al di là del servizio uscito sul Corriere e visibile a tutti. Perché oltre al visibile a tutti c’è, a guardare con attenzione, di più, di meglio, di più utile…

    Come sapete ho fatto una fotografia ogni ora. Ho scelto quell’angolo anche perché c’era un orologio, nel mezzo dell’inquadratura in alto. Non era molto preciso, ma in ogni caso segnava l’ora e testimoniava in maniera inconfutabile che ero lì e che fotografavo, più o meno esattamente, ogni ora.

    Sotto quell’orologio ci sono stati per tutta la notte due ragazzi, una via di mezzo tra viaggiatori e freakettoni. O forse ambedue.

    Guardate adesso cosa ho scoperto (in alcuni caso ho schiarito per mostrare meglio il dettaglio):

    L’una di notte: al telefono.

    Le due di notte: al telefono.

    Le tre di notte: al telefono.

    Le quattro di notte: al telefono.

    Le cinque del mattino: al telefono.

    Le sei del mattino: al telefono.

    Pazzesco, no? I due sono stati al telefonino TUTTA la notte.

    Non racconta più questo a riguardo della nostra contemporaneità che mille servizi fotografici spostandosi di qui e di lì? E io non ho fatto nulla! Ho solo fatto una fotografia ogni ora, nulla di più! Non ho fatto nulla di speciale; a parte stare, dormire, mangiare, bere, pisciare per 24 ore su una brandina nel centro di Milano…

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    12 giugno 2018

    NON MI RICORDO

    Mentre ero in altre faccende affaccendato a Milano si inaugurava a Milano il MIA che tutti conoscete. No?!? Non proprio tutti conoscete?!? Allora, il MIA è l’appuntamento più importante in Italia per quello che riguarda la fotografia d’arte; quella Fotografia, in poche parole, da vendere e comprare sotto forma di stampa, la maggior parte delle volte numerata e firmata dall’autore. Fotografia d’Arte, insomma.

    Ho già partecipato nelle ultime edizioni, con progetti più tradizionali. Quest’anno volevo realizzare qualcosa maggiormente in linea con i miei ultimi percorsi, legati al ritratto, alle persone e alla loro autenticità. Ho pensato allora di allestire un piccolo studio fotografico dove realizzare 160 ritratti a 160 persone: questi ritratti sarebbero stati subito stampati (con stampanti HP, ovviamente!) e affissi a una parete dello stand, trasformando così le persone in opera d’arte. Il numero dei 160 ritratti è scaturito calcolando lo spazio a disposizione con la dimensione di ogni stampa realizzata: ce ne stavano esattamente 160. Questi ritratti sono stati messi in vendita su un sito realizzato per l’occasione a 30 euro a ritratto: abbiamo pensato fosse meglio, per evitare casino durante il MIA. Prima che venisse inaugurata la fiera abbiamo venduto tutti i 160 ritratti. Nonostante questo mi dicono ci fosse comunque sempre casino  e coda allo stand:

    Mi dicono ho scritto qui sopra, perché io in effetti al MIA non ci sono andato, per l’appunto in altre faccende affaccendato.

    Per fortuna ho tanti amici meravigliosi! Sono andati loro al posto mio:


    Guido Stazzoni
    Maurizio Beucci
    Cesare Cicardini
    Matteo Curti
    Mariangela Della Notte
    Sofia Uslenghi
    Toni Thotimbert
    Giovanni Gastel
    Lorenzo Cicconi Massi
    Fabio Lovino
    Valerio Spada

    Che meraviglia! Sono veramente fortunato!

    E poi non tutto il male viene per nuocere: trovo perfetto tutto ciò per dimostrare ciò che con queste operazioni voglio dimostrare, e cioè la forza del progetto (di questo progetto) è maggiore di me e del mio contributo. Insomma, io ci posso essere come non essere che la cosa funziona lo stesso. E questo mi piace da matti! Da un lato perché riesco a dar sfogo alla mia indolenza e pigrizia, e poi, soprattutto, perché rafforzo, con i fatti, che i concetti e le idee sono sempre più importanti della loro esecuzione: il pensiero prima dell’azione e disgiunto da essa!
    Questo il video backstage, realizzato da Nicola Botti:


    L’allestimento del mio stand era incredibilmente impreziosito da uno meraviglioso stereo con giradischi sul quale suonavano sempre e solo vinili di Fabrizio De Andrè. Grazie infinite a Syntesis e a Mpi Electronic.

    Il manifesto programmatico di tutta l’operazione era questo:

    Una volta finito il week-end del MIA (e aver lasciato il duro lavoro agli altri) sono andato anche io in fiera, a godere dell’istallazione: bellissimo effetto veramente! Ho fatto anche il mio lavoro, a quel punto, facendo la fotografia di tutto l’ambaradan. Ho cercato di realizzarla più precisa e fredda possibile: i miei amici colleghi dovevano cogliere l’aspetto emozionale, io quello progettuale. Così almeno era nella mia testa:

    A quel punto abbiamo realizzato 160 stampe (mai numerazione fu più sensata) in formato A3, le ho numerate, timbrate, datate e firmate e spedite a tutte le 160 persone ritratte.

    Ecco, questo è quanto. Ancora una cosa, a proposito del MIA: avremmo dovuto fare un talk lì io e Toscani, insieme. Ovviamente anche quello è saltato. Voglio però mettere qui la “locandina” dell’evento, che mi pare riuscita bene. In particolare modo mi piaceva il titolo che ho voluto dare alla cosa: DOMANDE? immaginando di iniziare dalla fine. Ecco, io invece finisco come normalmente finiscono queste cose: DOMANDE?

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    24 aprile 2018

    LO SMILZO

    Il giorno 2 marzo del 2018 ero a Imperia a cena da amici bello tranquillo e beato. Improvvisamente ho cominciato a sudare e a sentire un dolore lancinante alla pancia. Ambulanza. Pronto soccorso. Esami e controesami. Vedono del liquido dentro di me ma non capiscono cosa sia e da dove arrivi. Poi mi infilano in un tubo, mi sparano nelle vene del liquido di contrasto (strano effetto, per pochi secondi senti un calore pazzesco in tutto il corpo, come prendessi fuoco) e capiscono di cosa si tratta: la milza.

    Alle 3 di notte decidono di operarmi. L’ultima cosa che ricordo è la classica lampada rotonda sopra di me e un gran freddo. Poi PUFF più nulla. Mi risveglio ore dopo con un tubo in gola e attaccato a mille macchine. Sono in rianimazione. Non mi sento male per nulla, in verità, anzi! Capirò solo qualche settimana dopo del perché di tutto quello star bene: leggerò sulla cartella clinica delle belle dosi di morfina sparate nelle mie vene. Ben venga la morfina.

    Normalmente le asportazioni di milza, mi pare di capire, sono una cosa abbastanza normale. Nel mio caso però le cose si sono complicate e scopro, con il passare delle ore e il riacquisto di lucidità, che in quella notte io di operazioni ne ho fatte due, una dopo l’altra. Pare che nel seconda operazione abbia rischiato. Parecchio.

    Comunque io ovviamente non mi accorgo di nulla e, come abbiamo detto, mi sveglio tranquillo e beato in rianimazione.

    Dopo due giorni lì mi trasferiscono in reparto. Ho una botta di culo, perché mi trovano non so quale batterio/virus o boh e comunque devo stare in isolamento e mi piazzano in una camera singola che è una specie di suite vista mare. Fantastico! Ma veramente, sto lì veramente bene.

    Appena riprendo possesso del telefonino scrivo questo sul mio Instagram:

    • Sono consapevole che questo mezzo, questi social siano un percorso particolare per raccontare sé stessi e la propria vita: ad esempio io sento un’enorme differenza tra ciò che del mio intimo faccio vedere e del mio privato mostro. Sono due cose molto diverse che tendo a non mischiare mai.
      4 giorni fa ero ad Imperia negli unici due giorni di un periodo molto intenso, gli unici dove sarei riuscito a fare delle robe e a trovare mia mamma.
      A cena di amici mi sono sentito improvvisamente molto male, con sudorazione e gran mal di pancia.
      0spedale, esami vari e alle 3 di notte in sala operatoria.
      Circa 3 ore di intervento per uscire e poi rientrare per un’altro intervento, dato che si era scoperta una vena che stava prendendo sangue lì da qualche parte.
      In poche parole mi hanno tolto la milza e rattoppato un po’ tutto.
      È stata una stranissima sensazione era come vedessi tutto da fuori, da lontano, come se vedessi un film.
      Non vorrei esagerare, ma è stato molto interessante.
      E poi giù morfina: i vari intellettuali romantici dell’800 e i vari frikkettoni del 900 mica potevano sbagliarsi per tanto tempo!
      Poi in rianimazione si sta da Dio, ti coccolano come una bambola.
      Adesso raccontata così mi sembra da deficiente; ma vi assicuro che è quello che penso! (huè, comunque una volta da provare basta e avanza! ). Comunque adesso abbastanza bene, ho una bellissima camera che guarda verso il mare: vivrò bene e tanto come Gillo Dorfles the genius (di cui vi parlerò dopo). Ringrazio infinitamente tutti quelli (tantissimi!) che si sono preoccupati: ❤️
      È bello non essere soli.

    Ho avuto in quei giorni una quantità incredibile di messaggi e di affetto: è stato veramente pazzesco.

    Anche la Stampa si è interessata alle mie vicende… 🙂

    Temo di fare un torto non citando e non mostrando tantissimi gesti d’affetto che mi sono arrivati, ma due devo farli vedere!

    by Dido Fontana

    by Andrea Muti

    Finalmente (purtroppo?!?) è arrivato il giorno delle dimissioni dall’ospedale. “domani vai a casa!”. Quell’ultima sera in ospedale ero lì, pensando che mi sarebbe piaciuto ringraziare tutti quelli che mi hanno salvato la vita e tutte quelle persone che ho lì conosciuto che, detto con un raffinato giro di parole, si fanno un culo così.

    Perché vorrei dire una cosa, che sento sempre più viva e forte dentro di me: non sopporto chi si lamenta e critica, soprattutto le istituzioni. Quando sento qualcuno che si lamenta e critica dell’impiegato delle poste, del vigile, del controllore, del dottore, dell’infermiere e anche del politico, sapete cosa? Io mi sento sempre inevitabilmente dalla parte dell’impiegato, del vigile, del controllore, del dottore, dell’infermiere e anche del politico. E sì! Loro intanto sono lì che si fanno il culo o comunque qualcosa fanno, tu solo pronto a criticare con il ditino alzato! Ma vaffanculo te, “normale cittadino”, che io ho la certezza che se fossi al posto loro saresti il primo a farti i cazzi tuoi, rubare e poltrire! Ecco, l’ho detta. Chiusa parentesi.

    Comunque ero lì nel mio lettino il giorno prima, il giorno dopo sarei uscito e ho pensato che avrei voluto ringraziare tutte quelle persone. Volevo dirgli GRAZIE. Ovviamente però usando il mio linguaggio. E allora mi sono messo, ovviamente con il mio iPhone, a fare il ritratto a tutti e tutte.

    Quanto mi piace questa foto che mi ha fatto Elena, io in mutande e con la fascia e quindi ancora dolorante e convalescente che dimentico tutto e faccio quello che mi piace fare: usare la fotografia per raccontare qualcosa.

    Ho fatto le foto, ho scaricato i programmi per mettere insieme il tutto e ho preparato il mio manifesto 70×100. Tutto fatto con il telefonino. Alla faccia dei file raw, degli sviluppi con Lightroom e di tutte quelle menate inutili dei fotografi. Mando, ovviamente sempre dal telefonino, via mail il file al tipografo che il mattino dopo mi porta il manifesto: senza nessuna prova di stampa e menate varie era perfetto. A quel punto ho tappezzato l’ospedale: la mia stanza, l’ingresso, l’esterno della rianimazione, dappertutto!

    Sempre su Instagram quando ho fatto questa cosa ho scritto questo. Lo metto, come ho messo quello prima, perché sono le cose che mi sono uscite più a caldo:

      • Ecco, è finita: oggi sono uscito dall’ospedale di Imperia.
        Direi tutto bene!
        D’altronde si sa: tutto è Bene ciò che finisce Dusi. 😜
        In ospedale lavora un’umanità incredibile, giovani ragazze che devo chiappare al volo il posto di infermiera e mollano casa/fidanzato in Toscana per venire qui. E mille storie di sacrifici. Di notti. Di gente che si lamenta.
        Terribile.
        E chirurghi che dalle 3 del mattino alle 6 si mettono a operare. OPERARE. Su un uomo vivo. Io alle 3 di notte non riuscirei neanche a fare un piatto di spaghetti.
        Una cosa seria: invece di stare sempre con il ditino cerchiamo di essere consapevoli che abbiamo una sanità pazzesca.
        Ma in quanti paesi al mondo ti curano, ti accudiscono, in maniera eccellente?!? E gratis?
        Cerchiamo di essere consapevoli di questo enorme privilegio.
        Perché la salute è veramente tutto.
        L’ospedale di Imperia è veramente top.
        Questo il mio ringraziamento per tutte quelle e quelli che lì lavorano.
        A Milano c’è il fantastico MIA (andateci!!!) ma anche qui che una MIA mostra.
        Ragazze, ragazzi, infermieri, tirocinanti, commessi, inservienti, dottori, dottoresse, chirurghi: GRAZIE. ❤️

    Ancora una volta GRAZIE per tutto ma soprattutto per avermi permesso di realizzare la mostra più bella che io penso di aver mai fatto: GRAZIE!

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